Tra la Lega e i grillini non c’Ŕ colla per il Sud

Venerdý 23 marzo 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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La (dis)armonia degli opposti. Dovremmo ribaltare il noto appello di una santità come don Tonino Bello per definire un eventuale governo fra Cinque Stelle e Lega (ex Nord). Affidarci insomma al mistero per capirlo. Non essendoci Nobel dell’economia in grado di trovare un punto di incontro fra i cavalli di battaglia dei loro programmi. Quelli che a parere dei più avrebbero portato al loro successo elettorale. E cioè il reddito di cittadinanza e la <flat tax>. Il primo, promosso al Sud almeno a giudicare dai voti. Il secondo, caro al Nord per la stessa ragione.

 Ormai se ne è tanto parlato, che dovrebbero essere più noti di un Buffon, anche ora che il portierone juventino è più presente nelle pubblicità che in campo. Reddito di cittadinanza comunemente ritenuto una forma di minimo garantito per chi avesse poco altro da vivere, a cominciare dai disoccupati. E <flat tax> un sistema per pagare meno tasse e in modo più giusto, specie dove si produce più reddito. Ma non così per i loro critici. I quali tacciano il reddito di cittadinanza di solita assistenza al Sud, perversa invenzione per indurre a non lavorare anche chi potrebbe. E tacciano la <flat tax> di meccanismo diabolico per avvantaggiare i ricchi e il Nord. Un eccesso sia per chi li difende, sia per chi li attacca. E comunque due risposte più o meno discutibili a problemi concreti in uno dei Paesi con più diseguaglianze al mondo e fra i più tassati del mondo.

 Il problema è che insieme sarebbero compatibili come un whisky con una cirrosi. Essendo il costo del reddito di cittadinanza prudenzialmente calcolato sui 30 miliardi di euro (quasi il due per cento del Pil, il prodotto complessivo italiano). Mentre l’attuazione della <flat tax> ridurrebbe le entrate fiscali di un 60 miliardi. Conclusione: il primo richiederebbe 30 miliardi in più proprio mentre arriverebbero 60 miliardi in meno dalla seconda. Arditi ciascuno per conto suo, figuriamoci insieme. Con tante grazie da un debito pubblico che continua indefessamente ad aumentare, indifferente a qualsiasi promessa di ridurlo. Ammesso che queste promesse fossero più credibili di quelle di un marinaio.

 Insomma due partiti che non si attaccherebbero neanche col Bostik. Visto che il voto per Di Maio al Sud è stato interpretato come la rivolta di una parte del Paese meno sviluppata e meno curata dalle politiche nazionali. E il voto per Salvini al Nord come una invocazione di ulteriore attenzione per quella parte già privilegiata del Paese che ritiene di sgobbare anche per gli altri. Per non dire della diffidenza del Sud per un Salvini e per il suo passato antimeridionale benché sia stato eletto senatore in Calabria. E della insofferenza del Nord per un Sud che a suo parere è la zavorra che gli impedirebbe di crescere ancòra di più. Altro che (dis)armonia degli opposti. E’ l’eterno ritorno di una guerra incivile che fa male solo al Sud. Almeno finché non si affermi una <fake news>, una menzogna secondo cui i poveri stanno meglio dei ricchi.

 Una reazione da voto tradito si sta avendo appunto al Sud. Laddove soprattutto dalla Rete emerge il dissenso verso l’impossibile matrimonio (sia pure di convenienza) con un partito che fino a ieri ha predicato <Prima il Nord> (ciò che vuol dire <E dopo il Sud>). E con un suo leader cui non sarebbe bastato togliere il Nord dal nome della Lega per rifarsi una verginità. Cioè, sono sempre razzisti.  Con l’unica concessione di queste voci della Rete per un accordo (come pare concludersi) solo per le presidenze di Camera e Senato. Tutto il resto sarebbe incesto. Voci di Rete che non dovrebbero essere indifferenti per un movimento che sulla Rete ha costruito la sua fortuna. E con quasi 5 milioni di voti su 10 milioni del Sud.  Lo stesso Sud che comunque ha dato tanti <sì> a Salvini, a conferma che l’Italia non la capirebbe neanche uno psichiatra. E nel quale, come diceva Flaiano, la situazione è sempre disperata ma non seria.

 Perlomeno a ciel sereno è apparsa in questo clima un’uscita del presidente dell’Inps, Boeri, a favore delle <gabbie salariali>. Boeri secondo il quale per capire il favore del Nord verso la <flat tax>, bisogna tener conto di una circostanza. Quella per cui, benché salari e pensioni siano più alti al Nord, hanno un minore potere di acquisto perché la vita costa di più. Soluzione: ridurli al Sud. Dove all’eventuale minore costo della vita, occorre però aggiungere l’onere di servizi più ridotti per la minore spesa dello Stato. E tasse locali più alte per rimediare.

 Comunque problema controverso non da oggi, benché il problema principale al Sud non sia il costo del lavoro, ma il lavoro che non c’è. Resta la domanda: perché parlarne proprio ora che al Sud si teme l’ennesima delusione? Il sospetto dell’intimidazione mentre si diffonde l’incubo che un voto rabbioso per cambiare tutto, potrebbe non cambiare niente. Anzi, peggio.