Dateci più nonne e meno superchef

Sabato 7 aprile 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Una boccata di aria fresca: questo è stato Pasquetta. Aria fresca gastronomica. Tra boschi ancòra inumiditi e spiagge ancòra rabbrividite, tra ville appena riaperte e angolini appena riscoperti, alzi la mano chi ha visto sciorinato qualcosa di diverso dai vecchi piatti della nonna. Altro che semi di lino o quinoa, bacche di goji o schisandra, acerola o moringa, spirulina o pitaya, ramen o soya, tofu o ceviche, avena o kimchi. Altro che i nuovi supercibi inventati per farci stare bene e mangiare male. Per non parlare di grilli e formiche, ultime leccornie da morire. Perché Pasquetta all’aperto è stata invece un ritorno all’antico di cibi che ci fanno mangiare tanto bene da farci a volte stare male. Ma solo per esagerazioni ai limiti delle indigestioni.

 PASQUETTA OGNI GIORNO Se il cibo non è più solo cibo ma spettacolo, che spettacolo si è visto irrompere dai portabagagli delle auto, come la colomba dal fazzoletto del mago. Un tripudio di buste che neanche al supermercato, tanto capaci di contenere tutto quanto capaci di offrire di tutto. Timballi e frittate, nodini e prosciutti, focacce e cotolette, panzerotti e frittelle, olive e insalate, provoloni e crudità, pastarelle e torte. Insomma uno spuntino. E birre e cocacole, e vini e limoncelli, e amari e rosoli. E involtini e salsicce, e bombette e agnelli da immolare sui sacri fuochi delle fornacelle in grado di accendersi nelle condizioni più estreme nel giorno dopo del Cristo risorto. Il <day after> della rivincita sulla grigia quaresima e sul lungo inverno.

 Sono state scene gastronomiche figlie di un senso della comunità (questo lo porti tu questo lo porto io) inesistente negli altri giorni del ciascuno per conto suo e tutti contro tutti. Con una precisione geometrica che nell’orgia delle portate non fa mancare mai, chessò, una mozzarella o un peperone fritto. E scene gastronomiche figlie di una organizzazione familiare o di gruppo da far impallidire i tedeschi. E che chissà dove porterebbe l’Italia se non fosse una <una tantum> da feste comandate. Se fosse sempre Pasquetta. E magari primo maggio e ferragosto, gli altri appuntamenti con la scampagnata dove tutto può succedere ma mai che si dimentichi una parmigiana o una pizzaiola. Né una porzione in più per chi ha il verme solitario.

 E’ la risposta casalinga alla buona a un tempo in cui non c’è orario e non c’è canale televisivo in cui non pontifichino chef e superchef e masterchef. In cui non dominino questi truci personaggi figli di un tempo in cui più sei maleducato più sei popolare. Più sei presuntuoso, più fai indici di ascolto. Più insolentisci il prossimo, più sei considerato. Più fai mangiare ciò che nessuno mai mangerebbe, più sei pagato. Anzi ciò che conta non è il buon gusto di un piatto quanto il cattivo gusto di una villanìa verso concorrenti che vanno lì per farsi maltrattare. Sapendo che fa parte del copione altrimenti nessuno ti filerebbe, ma che c’entra con la cucina come un pinguino c’entra con l’equatore. Dando ragione allo scrittore inglese James Joyce secondo il quale Dio fece il cibo, il diavolo i cuochi.

 UNA TV AL SUGO Un tempo li trovavi in trattoria e non in tv. Ed erano gli Aldo Fabrizi della bontà con quel cappello in testa e il grembiale, quanto ora sono l’immagine della arroganza con quelle inamidate bianche divise con tanto di nomi in targhetta manco fossero generali cinque stelle. Loro che per conquistare una stella si venderebbero la mamma. E che succhiano soldi come i neonati col biberon quanto più si inventano ricette pericolose come armi improprie. E però non solo loro. Perché tutto il piccolo schermo non è altro che uno scodellare, spadellare, grigliare, marinare, macerare, bollire, condire, centrifugare, pasticciare, spignattare. Tutto una prova del cuoco e un cuoco alla prova. E tutto un proliferare di sedicenti ricette di antenati trovate in un cassetto dimenticato. Proprio mentre la cucina di casa è tanto in crisi che le nuove case le fanno senza. Perché se uno torna scannato di lavoro e di tempo che non c’è, telefona per farsi mandare qualcosa, riscalda cibi precotti o si fa l’insalata in busta, consuma una vaschetta pronta all’uso in cui l’olio dà di nafta e il pomodoro di acido solforico, si arrangia col kebab invece degli arancini.

 Finché arriva Pasquetta con le sue tavolate a cielo aperto dove la famiglie non sono più le famiglie contemporanee col monofiglio ma battaglioni reclutati chissà come. Dove non ci sarà il gourmet. Non ci saranno i guru della cottura. Non ci saranno i divi del cibo più parlato che gustato. Non ci saranno le porzioni incellofanate e sotto vuoto. Ma ci sarà ciò di cui solo una vecchia zia, e per giunta grossa, è capace. Senza escludere la nonna. Pasquetta non è Pasquetta. E’ un ritorno alla vita in cui per lo spettacolo basta e avanza una pizza di ricotta come Dio comanda. O, accidenti, come Dio comandava.