Tra il Nord e il Sud una caccia al malato

Venerdý 13 aprile 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Sulla pelle dei malati. Sarebbe ridicolo se non fosse tragico quanto sta avvenendo per la sanità fra Nord e Sud. Riguarda la cosiddetta migrazione, i <viaggi della speranza>. Cioè tutti quelli che per curarsi vanno fuori dalla propria regione. Soprattutto, come purtroppo sappiamo, vanno appunto da Sud a Nord. Un totale nazionale annuale di 735 mila persone (70 mila minori), più 640 mila familiari: migrazione al 73 per cento meridionale, 15 mila ricoveri su 18 mila. Inutile starsi a chiedere il perché, se per una gastroscopia devi attendere otto mesi. Se passare dal Cup ammala anche i sani. Se per rinnovare il ticket devi fare la coda fino alla strada come avvenuto nei giorni scorsi a Bari. Di sicuro ci sono anche pregiudizi. O manovre di marketing secondo le quali tutto funziona da una parte e nulla dall’altra.

 Ma di fronte all’ansia e al dolore altrui, nessuno può pontificare. Fatto sta che tutto questo costa maledettamente. Ogni anno 4,6 miliardi. Con le regioni del Sud condannate a una emorragia continua di fondi. Si calcola 265 milioni per la Calabria, 235 per la Campania, 239 per la Sicilia, 181 per la Puglia. Più le spese dei familiari, in media mille euro a trasferta, con le case di accoglienza predisposte soltanto dal volontariato. Spese sanitarie e spese familiari che sono un trasferimento netto di risorse fra le due parti del Paese, da quella più povera a quella più ricca. I malati del Sud finanziano l’aumento del divario. E divario che anche in questo modo aumenta, il contrario di quanto un Paese civile dovrebbe consentirsi come se nulla fosse.

 Ora, nessuno sarebbe disposto a giustificare la propria cattiva sanità, magari ricordando i tanti scandali altrui, a cominciare proprio da quelli lombardi (con l’ultimo fresco fresco). Ma si sa anche quanto iniquo sia il criterio nazionale di assegnazione dei fondi. Che privilegiano le regioni con più anziani, una vecchia genialata impunita del leghista Calderoli per favorire appunto il Nord. Per cui un anziano ricco emiliano può contare su una spesa maggiore rispetto a un anziano povero calabrese. Si conta di meno anche nel diritto alla salute. Con la conseguenza che almeno il 14 per cento dei meridionali rinuncia a curarsi perché non ne ha i mezzi. E che si è ridotta di quattro anni al Sud quella vita media della quale un tempo si andava orgogliosi perché segno di un benessere non basato sui soldi. Meno prevenzione, diagnosi tardive, meno farmaci innovativi.

 Ma cosa avviene ora nella Conferenza Stato-Regioni che se ne occupa? Uno pensa: cambiano quei criteri di spesa, che per il Sud significano meno Tac, meno risonanze, meno ospedali (pur sapendo che se un reparto non funziona può dipendere anche dal primario scelto dalla politica e che ha altri impegni). E quei criteri significano più profughi della salute, anzi una fabbrica di profughi della salute visto tutto ciò che manca al Sud. Invece ora la tendenza è ridurre il rimborso a chi va a curarsi fuori, che quindi dovrebbe farlo sempre più a proprio carico. Col che però si limita un diritto a scegliere a chi affidare la propria vita. Ma che sarebbe una boccata di ossigeno per i bilanci delle regioni meridionali, non conoscendo con quanta forza vogliano battersi contro il diktat Calderoli, che è alla base di tutto. E non conoscendo, diciamolo, cosa ne pensano i pazienti che partono.

 Imprevista (anzi forse del tutto prevedibile) la reazione delle regioni del Nord. A difesa dei propri affari, non dei malati. Una rivolta. Tagli illiberali, ha tuonato l’assessore alla salute lombardo. Prospettive inquietanti, ha detto il presidente di un organismo che unisce 500 strutture private. L’incubo di un loro business a rischio (non contando altre valutazioni, diciamo, un po’ più umane). Hanno una sanità indecente e alzano i muri contro di noi. Accuse al fronte del Sud che vorrebbe rovesciare la situazione. E attacco alla legge di stabilità di Renzi nel 2016, già orientata in quella direzione. Con la conferma della Corte costituzionale (si può andare dove si vuole, ma compatibilmente con le risorse pubbliche a disposizione). E con tagli forfettari già in atto, perlomeno per quelle prestazioni ritenute a <bassa complessità>, cioè più semplici.

 Siamo il Paese della <tratta dei malati>. Come siamo il Paese della <tratta degli studenti>. Come siamo il Paese della <tratta dei lavoratori>. Paese in cui la disparità dei mezzi a disposizione non è la prima iniquità da combattere. Ma è il sistema rapido per perpetuarla in modo che ci sia sempre chi continui ad arricchirsene e chi continui a impoverirsene. Appunto sulla pelle della gente. Finché non ci sarà parità di opportunità, ci sarà sempre qualcuno che deve partire, che sia un malato, che sia uno studente, che sia un lavoratore. Ma quando deve partire un malato, è difficile che si possa dire che quello sia un Paese con un minimo di dignità.