Con foto e video tutti come nudi

Sabato 21 aprile 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Lo vengono a sapere. L’ultima vittima è stato Gigione Donnarumma, il 19enne portiere del Milan. Il quale, dopo aver impedito al Napoli di vincere domenica scorsa con una paratona all’ultimo minuto, che fa? A cena in un ristorante, saetta una battuta da Bar dello sport sui tifosi napoletani, lui napoletano di Castellamare di Stabia. Lo fa rivolgendosi al cognato suo accompagnatore abituale, quindi fatto privato seppur in luogo semipubblico. Ma dimenticando che siamo nell’era di Facebook. Dove la battuta scherzosa con video-killer dell’autore parte in simultanea, rilanciata coi cellulari dagli stessi compagni di squadra. Non per danneggiarlo, ma perché così si fa. Ragioni di comune senso del pudore impediscono di riferire cosa gli hanno scritto in rete. La reazione più educata è stata l’augurio di morte prematura.

 I CELLULARI-KILLER Ai tempi di quel fine democratico di Mussolini, sui muri era diffusa la scritta <Taci, il nemico ti ascolta>. Ora si può dire, <Taci, il nemico ti fotografa>. O ti riprende. E non è necessario che tu sia uno dei miliardi di iscritti al <social>, basta che ci sia un cristiano qualsiasi nei paraggi. Perché oggi uno smartphone è peggio di James Bond, anzi più che una nobile spia alla Jan Flaming, è proprio un infame. Pronto a far sapere ciò che non si dovrebbe. E non con un pettegolezzo tipo, te lo dico ma mi raccomando, rimanga fra noi. Bensì, te lo dico, ma mi raccomando, che lo sappia mezzo mondo. E non saperlo e basta, ma ciascuno dica la sua, possibilmente non sanguinosa come con Donnarumma. Anche se nove volte su dieci avviene il contrario, albergando su Facebook una feccia mica male. Dagli scemi del villaggio alla Umberto Eco, alla <macedonia di miasmi, di bestialità per estrarre dalle viscere un orrore che forse neppure esiste>, secondo Massimo Gramellini.

 E però il cattivo non è sempre il vicino di banco. Andiamo in trattoria, e non cominciamo se prima non abbiamo fotografato il piatto (pare che sia un aperitivo migliore del Crodino). Andiamo fuori città, e via gli scatti con <gli occhi allegri degli italiani in gita> (alla Paolo Conte). Andiamo alla conferenza, e il selfie con la mezza tacca del relatore te lo devi fare. Entriamo in un negozio, e se prima non ti sei sparato flash su tutti i pantaloni e le camicette esposti, non cominci neanche a parlare. E così tutta la infilata di foto di nipotine quanto sono belle, e di battesimi-prime comunioni-anniversari-lauree-nascite-vecchi compagni di classe. Per non dire dei cani, anzi pare che comincino a mettersi in posa, ci tengono alla loro immagine.

 Fosse solo così, ci sono già state nella storia altre ondate di rincretinimento di massa. Ma ora il cretino si è specializzato. Nel senso che tutto sarebbe sciapito come un merluzzo lesso se quella mareggiata di immagini non fosse inviata al resto dell’universo. Condivise, si dice. Anche verso chi con te non condividerebbe neanche di appartenere allo stesso genere umano. Una universale violazione della privacy in cui ogni colpevole è vittima e viceversa. Democratico.

 RISERVATEZZA DISTRUTTA Addio dita nel naso senza che lo vengano a vedere. Addio vecchio brivido nascosto della prima sigaretta clandestina, quand’anche ci fosse lontanamente una remora simile nel tempo in cui a scuola picchiano un professore ogni quattro giorni. Addio prime cotte e pomiciata sulla panchina, anzi si fanno essi stessi un selfie da inviare in giro. Addio compari e comari. Come il segreto di Pulcinella, che una volta uscì in carrozza e lo videro tutti: ora avrebbe un trauma se non lo vedessero. Fino al lavoratore ufficialmente malato che se ne va alle Canarie invece di stare a letto, e cosa fa? Non resiste alla irresistibile libido di diffondere <urbi et orbi> se stesso in piscina e tutt’altro che agonizzante. O come il sorvegliato speciale che se la fila per andare alla partita e campeggia fra gli ultras, che egli stesso <posta> su Facebook, come si dice. Perché, appunto, così si fa in un harakiri collettivo. Tecno-masochismo globalizzato.

 Secondo un sociologo neanche parruccone come Franco Ferrarotti, l’individuo con tutti i suoi segreti in piazza è un individuo svuotato. Come se lo denudassero. Ma solo ora Facebook comincia a perdere iscritti. E non perché ci tratti da merce, non perché con dieci nostri <like> (mi piace) è in grado di farci l’identikit (che qualcun altro si vende alla pubblicità). Ma lo lasciano soprattutto gli adolescenti, perché <mi leggono i miei genitori>. Migrando però su altri social, dove sarebbero più protetti dallo spionaggio casalingo. Però l’invenzione di quel ragazzotto rossopelo di Zuckenberg ci serve a dire scemate senza freno in un delirio h24. Ci serve a vomitare odio e intolleranza. Ci serve a pubblicare quante volte andiamo in bagno. Possiamo poi lamentarci perché lo vengono a sapere? O ci lamentiamo di più se per caso non lo vengono a sapere?