Quell’uomo quasi silenzioso

Lunedý 16 aprile 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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THE SILENT MAN – di Peter Landesman. Interpreti: Liam Neeson, Diane Lane. Biografico, Usa, 2017. Durata: 1h 38 minuti.

La verità, anzitutto la verità. Mentre il mondo sembra ammorbato di <fake news>, bugie, il cinema americano è una trincea in senso opposto. Figuriamoci mentre è in carica un presidente come Trump dal naso lungo alla Pinocchio. Così è rispolverato ancòra il massimo scandalo in materia, quel Watergate che in due anni (1974) costrinse Nixon alla dimissioni. Grazie a un <Silent man> senza il quale chissà se sarebbe venuta fuori l’irruzione notturna nel quartier generale del partito democratico avversario alle elezioni per la Casa Bianca.

 Quell’uomo era Mark Felt, qui interpretato da un Liam Neeson inquieto e lacerato, e si capisce. Era addirittura il vicedirettore dell’Fbi, non una spia qualsiasi, combattuto fra la lealtà alla sua funzione e le pressioni per insabbiare tutto. Come sarebbe avvenuto, se non fosse stato lui la <gola profonda> che fece la telefonata ai giornalisti del <Washington Post>. Proprio il giornale che in un contemporaneo film (<The Post> di Steven Spielberg) abbiamo visto in prima linea contro altre menzogne di Stato sul Vietnam.

 Che Felt rischiasse la incriminazione per alto tradimento, il film lo mette bene in luce. E che dovette condurre una sua silente (appunto) e pericolosa battaglia personale per rivelare tutto e non apparire, è tanto scontato da assumere i toni del thriller. In una atmosfera avvelenata anche dalla sua mancata nomina ai vertici dell’agenzia federale dopo la morte del mitico Hoover. E quindi dai sospetti su di lui e dalla sua possibile ambiguità. Lui che poi anni dopo, nel 1975, confermò il suo ruolo, diventando un eroe della democrazia.

 Il film percorre tutto questo itinerario psicologico dietro le quinte, senza azione e spettacolarizzazioni, ciò che è una scelta ma anche un limite. Film di interni e di dialoghi, che il regista Peter Landesman ha arricchito della sua esperienza di giornalista investigativo. Una atmosfera di continua tensione, cui si aggiunge un difficile rapporto coniugale del protagonista. E la sofferenza per la scomparsa della figlia, con colpo di scena finale.

 In fondo allora un’altra lezione <made in Usa> di immoralità del potere e di moralità di chi lo combatte. Con un Liam Neeson fra mistica e retorica. Non lo avessero truccato esangue come un Nosferatu, sarebbe stato perfetto.