Sud ucciso dall’Italia (e ora anche dall’Europa )

Venerdė 4 maggio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Volete un nuovo asilo nido pubblico al Sud, dove accolgono solo il 2 per cento dei bambini? Spiacenti, non ci sono i soldi. Un nuovo ospedale al Sud, dove già la vita media si è abbassata di quattro anni? Spiacenti, non ci sono i soldi. Più fondi alle università del Sud, dalle quali gli studenti fuggono al Nord perché penalizzate? Spiacenti, non ci sono i soldi. Bambini senza asili, malati senza ospedali, studenti senza università. Se questo è già un ritornello attuale, dal 2021 potrà essere peggio: l’omicidio del Sud. Se dovessero, cioè, passare i nuovi ridotti importi previsti dei fondi europei. Quelli per la coesione territoriale, in particolare. Facendola una volta per tutte finita con questo Sud, basta. Chiudiamone le città ed emigrino tutti.

 Meglio usare i toni di un film apocalittico perché qualcuno, caso mai, si svegli. Non sapendo di che governo dovremo morire, magari i presidenti delle regioni meridionali. Magari la mitica classe dirigente, quella sempre pronta a chiedere e mai a muoversi. Industriali, banchieri, sindacati, intellettuali: ah, gli intellettuali. In allarme finora solo i Cinque Stelle. Che sono arrivati dove sono grazie al voto di un Sud sempre più strategico per loro dopo il crollo in Molise e nel Friuli, altro che nuove elezioni. Col vicepresidente del parlamento europeo, Castaldo, che promette resistenza.

 Avviene che il presidente Junker presenta il bilancio 2020-2027, il primo che non potrà contare sul contributo inglese dopo la Brexit. E dovendo coprire quel buco, annunci tagli appunto sui fondi destinati a chi è in ritardo di sviluppo. Le cifre sono ancòra ballerine. Per l’Italia quasi 7 miliardi, dei quali oltre la metà al Sud. Che significherebbero 360 in meno per la Puglia, 55 per la Basilicata, 265 per la Sicilia. Altro che asili, e ospedali, e università. Ma anche addio strade e treni. E anche assistenza ai poveri. E anche sostegno all’agricoltura, l’altra penalizzata dai tagli di Bruxelles. Con buona pace, per dirne solo una, della Xylella, già beneficiata da una presunta battaglia che il giorno dopo non ha mai fatto ciò che era deciso il giorno prima.

 Uno potrebbe dire: beh, non è poi tutto male con questi fondi europei, così impariamo a contare sui nostri mezzi. Anzi, imparate.  Il problema è che, per il Sud, non esistono <i nostri mezzi>. Essendo stato proprio di recente accertato qualcosa che sfiora l’incredibile. E cioè che, su 691 euro di spesa pubblica per ogni cittadino meridionale, 452 arrivano appunto dai fondi europei, solo il resto dai fondi nazionali. Che al Sud coprono solo un terzo degli investimenti pro-capite. Come se il Sud per due terzi non fosse considerato Italia.

 Al Sud, quindi, i fondi europei non si aggiungono come dovrebbero a quelli nazionali, ma li sostituiscono. Per cui, se non ci fosse l’Europa, il Sud non avrebbe neanche quella miseria di asili, e ospedali, e università, e tutto il resto che è al 40 per cento in meno che al Centro Nord, la vera Italia. Una domanda fra tante: perché solo il 20 per cento degli scolari calabresi deve avere la mensa scolastica che il 70 per cento degli scolari del Nord ha? E perché al Centro Nord su 695 euro di spesa per ogni cittadino, ben 609 sono soldi nazionali e 86 europei?

 Insomma per quella parte dell’Italia che si chiama Centro Nord ci sono i fondi italiani (fra l’altro anche con le tasse del Sud). Per l’altra parte che si chiama Sud, cioè una Diversamente Italia, non ci sono. Ecco perché il taglio di Bruxelles è molto più grave di quanto ciancino i soliti moralizzatori a spese altrui, quelli sempre pronti a bacchettare gli altri davanti al loro bicchiere di champagne. Quelli sempre pronti a rimproverare il Sud per <tutti i soldi che gli abbiamo dato>, soldi che come si vede non hanno affatto dato. Sud per il quale, al di là dei fondi europei, già la spesa complessiva per ogni cittadino è inferiore a quella per ogni cittadino del Centro Nord, pur dovendosi coprire il divario. Sud nel quale non è mai stata rispettata la quota di spesa del 34 per cento quant’è la sua popolazione. Sud nel quale anche ai tempi della Cassa per il Mezzogiorno quei fondi tanto rinfacciati non sono stati mai straordinari, cioè mai aggiuntivi.

 Poi dice anche: però, i fondi europei, il Sud non li spende tutti. Succede. Ma in un Paese (questa volta tanto unito quanto unitariamente paralizzato) in cui per il via libera a qualsiasi infrastruttura ci vogliono dieci anni di bolli e permessi. E in un Paese in cui il mitico federalismo ha tanto dissanguato i Comuni del Sud, che non c’è appunto un euro da aggiungere ai fondi europei per far andare avanti i progetti. Ora incombe il taglio. Potrebbe essere la soluzione finale per il Sud. Buono a dare i voti, ma ora abbiamo altro cui pensare.