Non si capisce quanto ho da fare

Sabato 5 maggio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Il più infame è il raccattapalle. Quello che tu ti stai scannando per pareggiare nei minuti di recupero fuori casa, e lui non ti dà il pallone neanche dovessero fulminarlo. Insomma sta perdendo tempo. Il peccato più grave non solo nel calcio quando stai sotto di un gol. Ma il peccato più grave nella nostra vita quotidiana in cui tutto dovrebbe essere simultaneo. Appunto, in tempo reale. Tanto da sembrare un avanzo del giurassico chi ironizza su un certo uso del telefonino da parte dei nostri ragazzi. I quali scrivono <nn> invece di <non> e <xché> invece di <perché>, ciò che in una settimana gli fa guadagnare tre minuti. Ma che ci faranno mai con quei tre minuti? Non sono nulla per quasi tutti, tranne che per chi deve prendere il treno. Ma loro non devono prenderlo.

 CI MANCA IL TEMPO E’ vero che il tempo è, come si dice, soggettivo. Nel senso che, per esempio, un decimo di secondo non è nulla per nessuno, ma vallo a dire a un centometrista che con un decimo di secondo in meno vince le Olimpiadi. Però alzi la mano chi non ha mai detto: non ho un attimo di tempo. Chi non abbia mai tappezzato le pareti di casa con adesivi per ricordare tutte le cose da fare, dalla riunione di condominio mercoledì, al medico giovedì, al parrucchiere venerdì. O chi, quando lo chiamano, non risponde che deve vedere la sua agenda (anzi deve vedere <come sto messo>) per capire se quel giorno e a quell’ora può andare a presentare un libro o se è già impegnato nell’incontro al circolo. Dovevi chiamarmi prima, mi prenotano con mesi di anticipo.

 Siamo tutti <multitasking>, cioè schiacciati da una compulsione di impegni. Troppe cose contemporaneamente. Anzi ce le andiamo a cercare, tranne poi lamentarci che non ci lasciano respirare. Sai, io ormai non sono più padrone di me stesso. Sempre più produttivi ed efficienti. Col massimo della libido quando possiamo spuntare sull’elenco un impegno concluso, rilasciando il nostro corpo la piacevole <dopamina>. E con l’<effetto Zeigarnik> (uno studioso russo) tendendo noi a ricordare di più quando non ce l’abbiamo fatta, frustrazione peggio di un fallimento a letto. E poi si viene a sapere che soltanto il 3 per cento degli umani è in grado di tenere così tanto sotto controllo in così poco tempo. Altro che dopamina, ci vuole un antidepressivo. Benché non a livello dell’ex presidente americano Ford, del quale si diceva che non riusciva contemporaneamente a camminare e a masticare la gomma. Ma forse era una maldicenza di quelli delle Iene.

 Il fatto è che aspettiamo dal medico di base, alla Posta, in aeroporto, alla fermata del bus, ora anche dal panzerottaio, ché bisogna prendere il numerino come alla Asl. Aspettiamo ovunque ci sia uno sportello. E se non troviamo coda, chiediamo all’impiegato se per caso non ci sia stato un allarme bomba. Ma non sappiamo aspettare, quand’anche fosse giusto specie in un Paese in cui un orario di appuntamento è solo una ipotesi, una eventualità. Più elastico di uno slip. E con la pazienza più rara di uno Sgarbi con qualche <capra> che dissente da lui. La consideriamo una sconfitta nella competizione sociale. Disposti (forse) a cedere il posto solo a chi entro mezzora deve andare a prendere la bambina all’asilo altrimenti chiamano <Chi l’ha visto>.

 L’ANGOLO DELL’OZIO Il tempo perso è <horror vacui>, ci avvicina alla morte. Benché quello iettatore di filosofo di Seneca ci ricordasse che, niente da fare, mentre viviamo il presente è già passato, quindi quello è il destino. E in <Aspettando Godot> di Samuel Beckett, a Vladimiro che si lamenta perché <questo ci ha fatto passare il tempo>, Estragone risponde chiatto chiatto che <sarebbe passato lo stesso>. Per non parlare di chi come lo psichiatra americano Srini Pillay scrive il libro <Il potere del cazzeggio> indicando cinque mosse per farlo meglio. E l’università della Florida (luogo geografico di notorio, pardon, cazzeggio) sostiene che i pigri sono più intelligenti, perché pensano di più e corrono di meno.

 Ci dovrebbe essere, insomma, un’arte di perdere il tempo. Di disconnettersi, tanto per cominciare da cellulari e computer sui quali passiamo quattro ore al giorno. Perdere tempo è utile, ci dicono i soliti esperti sempre buoni a parlare per gli altri. Utili non solo a ricaricare le batterie, ma a renderci più produttivi dopo. Lentezza, della quale lunedì 7 è la Giornata mondiale. Cominciando, udite udite, dalla posizione supina, cioè riposo. Un pomeriggio guardando il vuoto, scarabocchiare, vagare con la mente, tagliarsi le unghie, dormicchiare, essere disattenti tranne che non si abbia la pentola sul fuoco. Ozio creativo aspettando (sempre aspettare) che tornino le energie, la chiave essendo <togliere peso>. Alleggerire. Anzi, per ricordarsi di farlo e quando farlo, non è sbagliato mettere un adesivo (ore 12-12,15) per il faticoso turno dell’ozio in mezzo alle tante altre cose da fare.