Orecchie accese nella città buia

Sabato 12 maggio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

La città è mia e me la curo io. Esempio: noi di fronte a una cacca di cane. Non è colpa loro, ma dei loro padroni di m. (scusate, ma quando ci vuole ci vuole). Se però resta lì per giorni e giorni, allora ci dimettiamo da cittadini e ci rinserriamo in un cupo disprezzo. E non solo per ciò che ci rimane sotto la suola. Indifferenza e disinteresse come un muro che non cambia niente. Così le scritte spray ovunque. Così il giardino devastato. Così il cantiere abbandonato. Così il motorino che ci taglia la strada. Così una via isolata. Inutile stare a ricordare l’esperimento americano delle auto abbandonate, una in una zona degradata di New York, l’altra in una zona curata di Palo Alto, California: saccheggiata la prima auto, intatta l’altra. E non per povertà, ma per rabbia. E inutile ricordare la prova della finestra dai vetri rotti. Se resta così a lungo, qualcuno andrà a rompere gli altri vetri: degrado chiama degrado. Con un generale senso di insicurezza, mi può succedere qualsiasi cosa.

 ZONA CONTROLLO VICINATO E invece col buon governo <senza paura ognun franco cammina> come nei dipinti del Lorenzetti a Siena. E allora servirebbe, appunto, prendersi cura: <I care>, dicono gli inglesi. E fare comunità, buonavita organizzata. Non girarci dall’altra parte di fronte a ciò che non va. Di fronte ai problemi comuni. Di fronte alle <incivilities>, le inciviltà urbane. Un tempo perlomeno si alzava la testa verso gli altri, invece di tenerla abbassata su un cellulare. Un tempo quando non si stava neanche meglio di ora, ma non c’era quel malessere del benessere che ci fa rimpiangere stucchevolmente il passato.

 Invece ci vorrebbe condivisione, altra parola magica. Troppo facile a dirsi davanti allo strapotere del vandalo e del bullo, del violento e del mafioso. Davanti all’odio quotidiano, alla mercé della violazione delle regole. Davanti al tatuaggio che sembra un disordine. E non solo quell’<economia del noi> che fa fiorire gruppi di acquisto solidale, asili di pianerottolo, microcredito a tasso zero, finanza etica, auto-ricostruzione all’Aquila. Ma anche quella civiltà del cortile che ritorni anche senza cortili. E ritorni anche senza la parrocchia, il sindacato, l’associazione che ci facevano sentire meno soli sia pure davanti a un tressette o uno scopone.

 Ci vorrebbe una <Zona controllo del vicinato> ovunque. Guardie civiche e non ronde, per carità, come al quartiere Madonnella di Bari, senza uniformi da supereroi, pistoloni da <security>, crani rasati da buttafuori. Nel cui logo invece sono mano a mano il genitore e il figlio col vigile urbano e il carabiniere. Buoni cittadini che osservano e si segnalano, orecchie sempre accese più che telecamere (che al momento opportuno sono spente). Per cogliere ogni segno di pericolo, ogni solitaria sofferenza, ogni silente disagio. Con un Whatsapp come tam tam e come unica concessione alla tecnologia. Unita alla voglia di non arrendersi e di non limitarsi a chiudere la porta a doppia mandata. Non una novità in altre città d’Italia. E senza che nessun 112 o 113 si senta sfiduciato specie se, quando li si chiama, spesso (troppo spesso), guardi, doveva chiamare l’altro numero.

 L’ORTO CONTRO IL VUOTO Vengono dalla Svezia quelli del <plogging>, correre raccogliendo rifiuti. Laddove chinarsi per recuperare bottiglie, lattine o buste di plastica è un esercizio per la forma tanto quanto lo jogging. Sarebbe un toccasana nella patria della focaccia con annessa carta oleata che, ma va, non riesce mai a centrare un cestino. E campeggiano a parco Domingo di Bari i nuovi agri-condomini e il loro orto su un terreno comunale da tempo incolto. Terreni incolti che sono un’inquietudine non meno delle finestre rotte e del lampione fulminato. E che tanto più sono incolti, tanto più coltivano la paura. Sostituita ora da ortaggi da barattare fra scala A e scala B e giammai da vendere, mica siamo l’Ipercoop. A metro zero più che a chilometro zero. Una zucchina chiamata futuro per una <comunità empatica e sostenibile> votata alla zappa quanto alla <valorizzazione dell’ozio>, per non farsi mancare niente. In una città, in città pugliesi in cui si diffonde l’orto anche in terrazza o sul balcone, sperando che sia più cicoriella che marijuana. E scuole in cui pomodori e melanzane sono di casa, spesso più dei computer.

 La si chiamò <Big Society>, per dire una società che si fa più grande non limitandosi ad aspettare cosa gli altri fanno per lei. Con polemiche da parte di chi chiedeva a che servono le tasse che paghiamo, se non sono le amministrazioni pubbliche a provvedere ai bisogni. Un esproprio di fronte al quale non c’è stato Comune che abbia obiettato. Ma è rimasto il Vuoto. Mentre un addetto ai lavori come Renzo Piano parla di <rammendo delle periferie>. Umane più che urbanistiche. Ago, filo e peperoni per ricucire le lacerazioni della vita di ogni giorno.