Italia,Paese della rabbia il rancore dilaga perchč manca il domani

Giovedė 17 maggio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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L’inverno del nostro scontento. Ma senza l’<estate gloriosa> che nel <Riccardo III> di Shakespeare lo fa poi dimenticare. Viviamo la nostra rabbia quotidiana in un tempo senza progetti e senza speranza. Al massimo per domani vediamo che tempo farà. Siamo abbruttiti nel Belpaese. E non è che noi italiani siamo nati così, avendo invece sempre il mondo ammirato il nostro <bien vivre>, la nostra capacità di godercela. Siamo rancorosi e diamo il peggio di noi stessi perché abbiamo smarrito l’unica cosa per cui valga appunto la pena vivere: il domani. Laddove il rancore sembra l’ultima bandiera che ci tenga uniti, come ci ha fotografato il rapporto Censis 2017. Rancore: <stato di forte avversione e risentimento, pronto a manifestarsi alla prima occasione di rivalsa>.

 Abbiamo paura di tornare indietro. Mentre, secondo i dati Istat di questi giorni, i nostri poveri assoluti superano ormai i 5 milioni. Mentre un milione di famiglie sono senza lavoro. Mentre un padre dice, <non ho il coraggio di guardare in faccia mio figlio>. Mentre un giovane che non è partito dice che la sua serenità sono i 290 euro mensili dei suoi lavoretti. Mentre un lavoro a termine su due non supera i sei mesi. Mentre le assunzioni stabili sono scese al 20 per cento. Mentre non facciamo più figli e ogni anno ci sono più morti che nati. Mentre abbiamo il più basso numero di laureati e diplomati d’Europa nonostante il più alto numero di siti Unesco della Terra. Mentre ogni anno oltre 100 mila giovani espatriano in cerca del grande scomparso da noi: il riconoscimento del merito. Quell’ascensore sociale che ti fa migliorare e non peggiorare.

 Eppure il Paese è tornato a crescere. Il Paese tuttavia nel quale il 5 per cento della popolazione detiene il 40 per cento della ricchezza complessiva. Il Paese delle ineguaglianze in cui il gioielliere paga meno tasse del suo dipendente. In cui il debito pubblico è il terzo del mondo e la corruzione è peggiore che nel Botswana. In cui il Sud ha la metà del reddito del Nord. Un Paese dominato dalla paura che scarica sugli immigrati come causa di tutti i suoi mali.

 Eppure è il Paese che fu capace, quando la guerra lasciò solo macerie e mezzo milione di morti, di uno slancio che lo portò al miracolo non solo della ricostruzione, ma dell’ingresso fra i dieci più sviluppati. La ricostruzione soprattutto di una psicologia. Quando il barista lavorava sodo per aprirsi poi il suo bar e quando il muratore voleva il figlio ingegnere. Quando un mai più ritrovato senso del bene comune e dei valori collettivi sostenne la volontà di lasciarsi alle spalle la fame. Sembriamo aver perso la capacità di soffrire. Sembriamo aver smarrito la voglia di rischiare. Sfiducia più che scommessa. Pur essendo ancòra il quarto Paese manifatturiero del globo e fra quelli più esportatori, con una capacità di artigianato e di bellezza da tutti invidiata. Dalla meccanica, alla moda, al design, alla gastronomia. Al sole.

 Ma negli anni dello scontento e della rabbia c’è un male oscuro che non ci ha dato un governo dopo oltre due mesi dalle elezioni. Che ha diffuso l’immagine di un Paese inaffidabile ostaggio di una burocrazia che blocca invece di facilitare. Siamo capaci di eroismi dopo un terremoto ma mai di costruire antisismico per evitarne le distruzioni. Incapaci di muoverci se non dopo aver toccato il fondo. Paese rabbioso in cui per un parcheggio conteso siamo pronti a randellare col crick manco fossimo a Gomorra. E in cui il maschietto che è lasciato si sente in diritto di bruciare viva la sua ex. Con l’opprimente fantasma di un eterno presente, di una vita alla giornata non vedendosi il futuro. Senza una visione, tantomeno politica. Con troppe facce intorno di chi si sente acremente in credito con la vita. Anime incomprese, come ha scritto Claudio Magris, per le quali la colpa è sempre degli altri. Laddove fu il filosofo Nietzsche a farci capire che il risentimento è un umore bilioso che imputa alla malignità altrui il proprio fallimento. Ma è ben diverso dal grido di dolore e di rivolta contro le reali oppressioni e le brucianti ingiustizie.

 Eppure, ammoniva il sociologo Karl Popper, il futuro è sempre decisamente aperto. Dipende da noi e da tutti noi. Dipende da ciò che noi e tanti altri facciamo e faremo, e senza che aspettiamo di vedere cosa fa il vicino di banco. Dipende da una responsabilità che nessuno vuole affrontare. Questa la direzione verso la quale dobbiamo fare nuovi passi. Io, tu, lui. Siamo, è stato osservato, come una carrozza trainata da potenti cavalli sull’orlo di un burrone. A guardare di sotto, ma senza poterci restare a lungo. E no, non può andare così.

 Abbiamo la forza per farlo. Siamo stati capaci di passare dal Medioevo al Rinascimento. Ci dobbiamo riprovare nonostante il Censis e l’Istat. Nonostante la rabbia, lo scontento, la mancanza di speranza. Bisogna ricominciare il viaggio, sempre. In una recente vignetta di Altan, c’è un Cipputi invecchiato che dice: <Noi italiani siamo molto longevi. Mi chiedo: a che scopo?>. Ma diamoglielo e diamocelo, vivaddio, questo scopo.