Come la Puglia mand˛ a morte i suoi ulivi

Venerdý 18 maggio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Un giorno sui libri di storia si racconterà degli ulivi di Puglia. Di quando questi patriarchi della natura erano un simbolo di questa terra e del Mediterraneo. Più che alberi, una sacralità mistica. E si racconterà di come al loro posto si estese un cimitero di tronchi disseccati come un ossario. E non per una catastrofe naturale. Ma per una catastrofe umana di ignoranza, presunzione, incapacità, furbizia che riuscì a distruggere non solo una economia ma una cultura e una tradizione millenarie. Riuscì a distruggere gli ultimi testimoni della nascita stessa della civiltà del mondo. Riuscì a distruggere la sua anima.

 Ovviamente vorremmo che sui libri di storia si raccontasse invece di come l’uomo riuscì a evitare questo cataclisma. E di come quella degli ulivi non sia la cronaca di una morte annunciata, rubando il titolo al romanzo di Garcia Marquez. Ma sulla Xylella che li martirizza siamo arrivati al paradosso che è l’Europa a chiedere i danni alla Puglia, come se la Puglia avesse fatto di tutto per compiere un suicidio del quale dare conto agli altri. Pur essendone la vittima, ma avendo fatto di tutto per esserlo. Perché la lotta alla Xylella non è stata finora una lotta. Ma è stata una metafora del nostro povero tempo.

 Anzitutto qualcosa tra superstizione, fatalismo, magia, ineluttabile come se stessimo ancòra alle masciare e al malocchio. Quando le prime piante hanno cominciato a ingiallirsi, gli esperti hanno capito che qualcosa ne impediva la idratazione. E che questo qualcosa era il batterio che un insetto chiamato sputacchina pescava dal terreno per contagiarle. Ma si è cominciato col replicare che la Xylella era una invenzione di qualche bontempone e che ciò che avveniva era un mistero tipo una Madonna che piange. E se questa stravaganza non reggeva nell’era dei computer, allora era un complotto delle multinazionali che sventolando un pericolo inesistente volevano desertificare la Puglia prima, e colonizzarla dopo, liberandosi dei molesti ulivi. Per sostituirli, chissà, coi girasoli.

 Poco dopo, e mentre Xylella e sputacchina festeggiavano, si è cominciato ad ammettere che qualcosa chiamato appunto Xylella potesse esistere. E invece di capire come combatterla, si è data la caccia a chi avesse potuto importarla, secondo l’italico costume di dividersi sulle responsabilità invece di unirsi sulla soluzione del problema. E parole al vento sono stati gli appelli di chi invitava gli agricoltori alle buone pratiche agricole, se ripulite il terreno impedite a batterio e suo untore di sguazzarvi. Ma sa, specie nel Salento non è uso, gli agricoltori sono anziani e non ce la fanno. Altri hanno la terra come secondo lavoro. E poi, per l’olio lampante che in genere produciamo, va bene così.

  Allora, non capendolo in loco, è stata la lontana Europa a dire: abbattete gli alberi infetti, così l’infezione non si propaga. Come?, sacrilegio. No, no e no. E poi, diciamocelo sotto sotto, non è che se li abbattiamo non ci danno più i contributi europei? Prima contrattiamo il risarcimento e poi si vede. Solo tremila abbattuti su 20 milioni del posto. E tutti gli altri mezzi morti ma difesi da una serie infinita di ricorsi ai Tar per bloccare le motoseghe ma non la Xylella (che infatti se ne fregava, anzi). Ma in campo anche la solita magistratura che mette sotto sequestro gli alberi e sotto inchiesta commissario della protezione civile e sindaci troppo collaborativi con le autorità. E anche, udite udite, gli esperti dell’università di Bari e del Cnr, gli unici che studiavano (e con incoraggianti prospettive) come venirne fuori non con le chiacchiere ma con la Scienza.

 Ma la Scienza si trovava contro non solo i pubblici ministeri che di Xylella sapevano meno di lei. Ma anche il sapere profano degli anni della morte della competenza, anzi dell’odio verso la competenza da parte di chi non sa niente (peraltro vantandosene) ma pontifica su tutto. Poi il lungo tira e molla sul possibile reimpianto in cambio degli abbattimenti, ma come reimpiantare se non garantite terreni meno prodighi verso il batterio? Nel frattempo l’infezione macinava serenamente chilometri dalla provincia di Lecce completamente andata a quella di Brindisi con 11 milioni di ulivi considerati perduti. E, non arrestata, già lambisce quegli ulivi monumentali che non sono solo pugliesi ma patrimonio dell’umanità.

 Solo ora si comincia a capire il disastro, diciamo genocidio. L’ultima e unica soluzione, sempre dilazionata dalla cautela, sono gli insetticidi, faranno qualche danno alla terra ma eviteranno la catacombe. Ma già sindaci benpensanti si uniscono alla lunga sequela di ambientalisti, magistrati, frange di grillini, antiscientisti, incoscienti nel dire ancòra no, non passeranno. Con la Regione che stavolta dice sì, anzi forse, dopo aver traccheggiato su troppi no. L’essenziale è che passi la Xylella, che infatti non si fa pregare. Anzi, visto che c’è, prima o poi attacca viti, ciliegi, agrumi, mandorle. Alé.