Ah, Buffon Buffon tutto all’italiana

Sabato 26 maggio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

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Ah, Buffon, Buffon. Buffon è uno di quelli di cui proprio ora non vorresti parlare perché ne straparlano tutti ma finisci per parlarne. Come sanno anche su Marte, il portierone della Juventus è arrivato a 40 anni. Sarebbe per tutti un’età col futuro davanti, nel senso che è in genere l’età in cui diventi qualcuno, tranne che non ti capiti un colpaccio anticipatario alla Di Maio. Ma Buffon purtroppo il futuro ce l’ha indietro. Nel senso che è l’ora in cui anche un numero uno deve diventare, al meglio che vada, un numero due. Cioè vedere spegnersi una luce sulla scena e mettersi di lato. E’ possibile che un numero uno lui lo resti andando (pare) al Paris Saint Germain, che non è esattamente la Pro Vercelli. A 8 milioni a stagione, lui che già è una macchina da soldi facendo la pubblicità anche alla carta igienica. Ciò che sarebbe in linea col detto italiano <piagnere e fottere>.

 COME DIRSI ADDIO Ma il problema non è questo. Il problema è il passo d’addio. Un’arte. Dire che ciascuno di noi ci è preparato, è come dire che Salvini parla col tono ovattato di un usignolo. Insomma l’addio perfetto è più introvabile del diamante arancione. E quanto più credi di arrivarci preparato, tanto più ne sei impreparato. Talché massima virtù non è tanto come si apre il sipario, quanto come si chiude. La paura più grande è l’ignoto, di fronte alla quale (ma solo di fronte a quella) la vita è una livella. Ma ci dobbiamo abituare all’idea che ai bivi importanti dell’esistenza non c’è segnaletica. E lo diceva uno come Hemingway, che infatti alla mancanza di segnaletica non resse.

 Si potrebbe poi obiettare che non è che il calcio sia una questione di vita o di morte. Errore blu, essendo molto di più. In uno stadio il resto del mondo scompare. Verificandosi lì un evento non terreno. <Un’onda elettrica, collettiva, crescente, lenta e implacabile che trasporta in un’altra dimensione>, ha scritto Mattia Feltri riferendosi all’ultima Roma-Barcellona. Fino alla tensione religiosa, ai piedi di un dio. L’altare sul quale sono santificati i Buffon. Anche se quelli col suo mestiere sono fatti per privare il mondo di uno degli ultimi lampi di felicità, il nirvana di oggi: il gol. La bellezza infinita della palla che entra in rete, così descritta da un campione come Trezeguet.

 Il giorno dopo, è diverso anche svegliarsi e lavarsi i denti. Reiventare e reinventarsi. Il senso di vuoto. E non solo per chi l’ha avuta piena come un Buffon. Anche i rumori sembrano silenzio. Che bisogna ricominciare il viaggio, sempre, è facile a dirsi. Che germoglieranno primavere mai prima viste, lasciamolo ai poeti. E poi Buffon, via, ci consenta: un 67enne qualsiasi che va in pensione, ne ha meno di lui davanti, e alla grossa. Specie per chi si deve affidare all’Inps. E comunque non è questo, di fronte al vuoto non facendo differenza la panchina ai giardini pubblici o lo yacht alle Maldive. Sempre tempo scaduto è.

 DISTRAZIONE DI MASSA Che Buffon sia arrivato al meglio a destinazione, anzi al destino, non si direbbe. Lui sempre esempio di misura e stile. Ma gigante fragilissimo. Che la piccola morte ce l’avesse dentro, che soffrisse a guardarla in faccia, che fosse sull’orlo di una crisi di nervi, che la campana rintoccasse già da tempo, da tempo era evidente. Le lacrime per l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali di Russia. L’isteria nella sera di Madrid, con l’arbitro mandato al bagno e, udite udite, l’espulsione. Il tira e molla, smetto-non-smetto che se non l’avesse fatto magari non smetteva. E quando, come insegna il buddismo, le grandi decisioni vanno prese nell’arco di un respiro. E poi l’ultima davanti al suo pubblico. Con le tv che da un lato inquadravano lui che andava ad abbracciare anche i sedili, dall’altro la partita tanto disturbata e distratta che hanno preso un gol anche dal retrocesso Verona.

 Non è per fare benaltrismo, cioè dire ben altro. Ma ben altro rispetto all’addio di un Totti. Che, come l’ancòra attonita Città Eterna racconta, non fu un addio, fu uno psicodramma collettivo. Qualcosa a metà fra Lourdes e Hollywood, tra il funerale di lady Diana e una sagra a Centocelle. Mentre lui volteggiava tre metri sopra il cielo, un fenomeno di levitazione manco fosse san Giuseppe da Copertino. E mentre il pubblico, osannante come se fosse al Colosseo e non all’Olimpico di Roma, avrà versato tante di quelle lacrime che neanche le cascate del Niagara. Tra svenimenti e disperazione, fino al misticismo di uno spettatore che riuscì a buttarsi in ginocchio davanti a lui, che ingioiando singhiozzi lo benedì.

 Si potrebbe dire: meno male che altri campioni del genere non ne abbiamo più. Ma non si può, questo è cinismo. Anche se poi, sai, almeno Buffon è una distrazione di massa rispetto ad altre tragicommedie italiane di questi giorni. Ma non si può, questa è demagogia. Insomma, Buffon o non Buffon, lo spettacolo (triste) continua.