Mezzogiorno speriamo che la storia non si ripeta

Venerdė 8 giugno 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Scusi, lei di che Italia è? Perché non bisogna avere l’occhio di lince per capire che ce ne sono due. E che le più insopportabili violazioni della Costituzione riguardano l’articolo 5 (<La Repubblica è una e indivisibile>) ma soprattutto l’articolo 3 (<Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…>). Queste violazioni avvengono a danno di quella parte d’Italia che si chiama Sud.

 Nel suo discorso di insediamento, il presidente Conte non ha mai citato la parola Sud. Anzi l’ha fatto solo una volta dicendo che saranno salvaguardate le regioni ad autonomia speciale, non facendo capire se parlasse di una Valle d’Aosta o di una Sicilia. O se parlasse di quelle che, in base al federalismo <differenziato>, una maggiore autonomia possono chiederla, come hanno già fatto Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Poi ha corretto dicendo che <il Sud è dappertutto>. Si spera almeno ribadendo il programma del governo secondo il quale quello del Sud è un problema nazionale che non va affrontato con politiche speciali.

 Per essere giudicato, questo nuovo governo deve essere messo alla prova. Finora però le politiche nazionali che dovrebbero coinvolgere anche il Sud hanno portato non solo alle sopradette violazioni costituzionali. Ma a un clima di rivolta civile, come dicono purtroppo le cifre di quella diversamente Italia che è il Sud. Sud dove fra il 2001 e il 2016 il Pil (reddito prodotto) è sceso del 7,2 per cento mentre al Centro Nord è aumentato sia pure di un risibile 3,4 per cento. Sud dove questo reddito pro-capite è meno della metà rispetto al Centro Nord, la disoccupazione doppia, quella giovanile tripla. Sud dove lo Stato spende per le politiche sociali (pensioni, asili nido, assistenza per famiglie e anziani) 4500 euro all’anno rispetto ai 6 mila per ogni cittadino settentrionale. Sud dove i servizi per l’infanzia coprono il 30 per cento dei bambini contro il 70 per cento del Centro Nord. Sud dove la più bassa spesa sanitaria fa morire quattro anni prima. Sud dove nascono meno bambini perché un bambino costa di più dove si sta peggio. Sud dove la povertà è doppia.

 E ancòra. Sud dove gli investimenti pubblici sono scesi a 14 miliardi di euro nel 2014-16 contro i 21 del 2007-09. Con una spesa per le infrastrutture (strade, ospedali, scuole) che è del 45,6 per cento in meno rispetto al Centro Nord, mentre è del 27,5 per cento in meno quella per i trasporti (con l’alta velocità ferroviaria che è solo cosa loro). Sud dove anche per la fondamentale connessione in Internet la spesa per ciascuno è di 700 euro inferiore. E Sud dove lo sperequato finanziamento per le università contribuisce alla fuga dei cervelli. E Sud per il quale si è perso strada facendo l’impegno di Gentiloni di una spesa pubblica almeno pari al 34 per cento della sua popolazione. E Sud in cui i fondi europei non si aggiungono a quelli nazionali come dovrebbero ma li sostituiscono annullandone il vantaggio.

 Uno scandalo. Cittadini di serie B. Insomma si è fatto per il Sud l’esatto opposto di ciò che serviva per ridurne il divario. Anzi, tutto ciò che si è fatto lo ha aumentato. Con l’aggravante che il Sud è stato penalizzato anche impiegando i soldi delle sue tasse a favore del Nord. Così, alle ultime elezioni, al Sud si è consumata la <vendetta delle terre che non contano>. Col voto in massa ai Cinque Stelle, la prima protesta antisistema di un territorio che era stato sempre governativo non foss’altro che per sopravvivenza. E a chi dice che questo è avvenuto per la promessa del <reddito di cittadinanza>, si può rispondere che quei voti sono stati tanti da non poter essere tutti così affamati.

 Tutto questo non vuol dire che vivere al Sud sia un castigo divino, come ben sa la nuova ministra del Sud, la leccese Barbara Lezzi. Perché c’è una felicità di essere Sud che prescinde dal conto in banca. E c’è uno stile di vita del Sud che da tutti i Nord del mondo vengono ad assaporare come cura per ridare senso alla propria esistenza. E nonostante tutto, ci sono al Sud gioielli produttivi tanto più invidiati quanto più ritenuti impossibili date le condizioni, talché per rimettere in sesto l’Italia dovrebbero addirittura scendere a imparare dal Sud come si fa il più col meno.

 E tuttavia, non si può vivere di ottimismo della disperazione. E chi si vendica perché dimenticato, può farlo un’altra volta, anzi peggio se disilluso. E francamente incoraggiano poco le sole otto-righe-otto del programma di governo dedicate al Sud. E il quasi silenzio di Conte, che pur del Sud è. Tanto da far temere che la storia si ripeta. Anche perché, puoi predicare tutti i cambiamenti del mondo, ma se non riparti dal Sud non ti cambi neanche la camicia ogni giorno.