Nel mio < selfie > il peggio di me

Sabato 9 giugno 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Lo cantava Lucio Battisti: <qualcosa che è dentro me ma nella mente tua non c’è>. Questo qualcosa è il <selfie>, l’autoscatto fotografico. Ma autoscatto fotografico condiviso sui social media, cioè inviato su Facebook perché tutti gli altri possano vederlo, altrimenti è meno utile di un paio di sci nel deserto. Altrimenti <nella mente tua non c’è>. Due anni fa erano 34 miliardi, cinque per ogni abitante della Terra. Se ne riparla in questi giorni in cui soprattutto con Salvini ne avranno fatti più che con Cristiano Ronaldo. E se ne riparla in questi giorni grazie a quel ventenne in bermuda che è diventato più famoso di papa Francesco. Perché alla stazione di Piacenza col cellulare in mano fa un <selfie> inquadrando se stesso e una donna investita dal treno e con una gamba maciullata (che le sarà amputata). Orrore, diremmo tutti con un po’ di ipocrisia. Ma ventenne che resiste alla polizia che gli intima di cancellarlo perché <è un mio diritto>. Diritto all’osceno. Aveva ragione, non è reato.

 SOTTO QUEL TRENO Offesa alla morale o alla decenza, neanche a parlarne. Forse offesa alla povera donna investita, ma chissà. Perché il nostro ventenne non voleva partecipare a nessuna fiera dell’orrore. Né voleva offendere qualcuno, figuriamoci. Ha fatto in automatico ciò che miliardi (appunto) come lui avrebbero fatto. Perché così si fa, motivazione più che sufficiente. Come se un <software> al suo interno avesse programmato se stesso e quel clic. Che è per lui un marchio personale come la CocaCola. Vuol dire <io sono>. E vuol dire <io c’ero> in una occasione importante ancorché casuale, mica un merito. Ma occasione importante che aumenta anche la sua importanza agli occhi del mondo dei social che ragiona esattamente come lui. E che gli mette i <like>, <mi piace>, tanti più tanto onore. Più che compiacimento, la conferma che lui esiste in un mondo in cui siamo troppi perché qualcuno si accorga di noi tirandoci fuori dalla <non esistenza>.

 Neanche un Freud ne sarebbe stato sorpreso. Come diceva Lucio Battisti negli anni ’70, sempre abbiamo cercato di uscire dalla massa. Magari un tempo vincendo un Nobel o un Oscar. Ma ora il mondo che conta non è più quello reale in cui valgono il genio o la semplice competenza. Ora il mondo è quello irreale e immediato di Internet in cui non è che puoi stare a sofisticare e a pensarci tanto per mettere un <mi piace>. Siamo 7,7 miliardi al mondo, di cui 3 miliardi collegati <on line>. Un palcoscenico mai visto, e ineguagliabile anche. E gli esperti di marketing ci insegnano che il marchio deve dare un’idea immediata, tanto emotiva e riconoscibile da restare nella memoria al di là del valore del prodotto. Infatti il ventenne di Piacenza è un essere qualsiasi al di là del caso che lo ha fatto trovare lì. Ma per diventare qualcuno su Internet è più che sufficiente. Stanno quelli che ci fanno le carriere. E carriere da milioni di dollari, mica roba da quartierino.

 MODERNA NOTORIETA’ Né il nostro ventenne si può definire un narciso, è che funziona così. Ci piaccia o non ci piaccia. Né serve che chi ventenne non lo è più da una spanna si metta a tranciare giudizi etici, dove siamo arrivati. Si sono sempre capiti poco, giovani e adulti. Ora avviene tutto molto in fretta. E soprattutto avviene in un mondo parallelo come Internet in cui gli usi della casa sono diversi da quelli dei comuni mortali. Un giorno il ventenne si farà un <selfie>, chessò, davanti a un piatto di fettuccine agli astici, significa che vorrà caratterizzare ancor più il suo marchio, aggiungergli qualcosa o dargli una rinfrescata perché si fa presto a dimenticare nell’immane vortice delle informazioni e nel loro ritmo forsennato. E del resto, in questo mondo che gli dà poco lavoro (né tantomeno gli assicura un futuro), i ragazzi devono cercare altre strade foss’anche illusorie. Devono affidarsi a un marchio complementare a quello che prima consisteva in un voto buono o in una laurea. Infatti si laureano molto meno.

 Conta la notorietà in salsa Internet. Ammiratemi perché io ero dove un treno ha sfracellato una donna, ci pensate?. Meglio che inquadrarla morta, valeva meno. E la decenza scompare quando si partecipa a un gioco sociale in cui importante è portare materiale fresco di giornata. Mai tanti <selfie> come quando crolla una casa, o come quando il mare restituisce il corpo di un’emigrante, o come quando c’è un incendio. Famosi sulla pelle altrui. O davanti alla villa di Manduria in cui hanno ammazzato Sarah Scazzi. Fa tendenza. Tutto tranne il bene. E del resto Facebook ci sollecita sempre a farci sentire, ci scrive che da molto tempo non abbiamo notizie di te. Meglio se il peggio di te.

 In una vignetta di Altan, due Cipputi corrono uno dietro l’altro. <Ma dove stiamo andando?>, chiede il primo. <Io che ne so, sono un suo follower>, risponde l’altro (<follower>, seguace). Non lo sappiamo, ma andiamo.