< Uno > monetina di fronte a noi

Sabato 21 luglio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

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Dargliela o non darglierla? Niente a che fare col mitico <To be or not to be> (essere o non essere) dell’<Amleto> di Shakespeare. Dargliela o non dargliela, la monetina. Oppure <uno> monetina, a seconda della bandiera di chi la chiede. Cioè quell’esercito di questuanti che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana. E che fanno parte di quel nostro scrupolo di coscienza quotidiano di fronte alle mani tese o al bicchiere di plastica che ci viene messo davanti. Perché non saremo gli <italiani brava gente> troppo mitizzato dalla retorica nazionale. Ma solo chi considera Salvini addirittura un moderato non si sarà mai fatto prendere dal dubbio (con tutte le motivate riserve che si possono avere su Salvini, certo ha mosso una situazione dell’immigrazione che vede troppi furbi e troppi ipocriti nella civilissima Europa).

 VOLTI CHE CHIEDONO E non solo dargliela o non dargliela, la monetina o <uno> monetina. Ma anche a chi dare e a chi no. Perché c’è solo l’imbarazzo della scelta di fronte alla geografia urbana che vede distribuiti i pretendenti con una strategia da fare invidia al grande Annibale a Canne della Battaglia. Una occupazione militare. Ci sono quelli dei semafori, dove la monetina è chiesta in cambio di un qualcosa. O la vecchia pulitura del parabrezza, in verità fuorimoda per motivi tecnici. Uno, i tempi stretti per la trattativa e l’esecuzione del servizio prima che scattino il verde e il clacson dell’imbecille di dietro. Due, un detersivo più abrasivo che detergente, roba da cataratta permanente.

 Ma il semaforo è anche luogo di lavoro di anziani signori col cartello <Sono povero>, finalmente non essendoci più i bambini strumenti di una vergogna sociale più grande di loro. E anziani signori di quel popolo nomade che ha conservato la sua cultura antica in un tempo che ne è ormai incompatibile. Cultura che si reggeva su artigianati non più richiesti, e su una questua non più tollerata. Ma certo non può lasciare indifferente vedere la dignità di capelli bianchi piegata a chiedere. Tanto che sembra imbarazzante perfino dare per non incrociare quegli occhi di tanta storia vissuta.

  Il semaforo è poi fazzolettini di carta. Un tempo remoto, di cocco bello e mandorle fresche. Ora anche di <ananassi> e fragole. D’estate di parasole. Insomma improbabile supermarket all’aperto. Con venditori da premio Oscar alla tenacia, alla resistenza, alla pazienza, al sacrificio. E con ricambi nella giornata: quando, declinate le ore più buone, e forse scaduto il diritto imposto, subentrano seconde linee da ore morte e da diradarsi stanco del traffico. Una metafora dell’esistenza, è il semaforo.

 Poi la caccia alla monetina è tanto capillare e scientifica da far sospettare (purtroppo) una regia. Davanti a ogni esercizio che possa far immaginare l’uscita con spiccioli in tasca. Spiccioli spesso addirittura tanto molesti da volersene liberare. E con un giovane nero che trascorre il suo tempo di speranza in un tempo di attesa che a quell’età è una piccola morte. Stremante attesa di quella generosità che a noi costa il fastidio dell’assedio ma per loro è sopravvivenza legata alla più umiliante condizione: la benevolenza altrui. Quasi sempre nell’astio e mai in un sorriso che sarebbe la monetina più bella. Leggendo poi dalle cronache quanto siano ostaggio di una malavita che a serrande abbassate passa a riscuotere e a non lasciargli che l’umiliazione.

 PICCOLO CAMPIONARIO E però te li trovi ovunque, non puoi fare un passo. A ogni angolo una voce che ti insegue. Dal <non posso mangiare> al <caffè> del posteggiatore abusivo. Il musicista che scambia l’isola pedonale per una discoteca. La nonna da mattina a sera seduta sul marciapiede col barattolino. I saltimbanco che non meravigliano più nessuno. Di tanto in tanto la nenia di un’arpa. E il violinista che non conosce che un valzer. E il fisarmonicista. La madre con un figlio al collo e l’altro fra i piedi. E il barbone fra i cartoni. E il venditore di rose avvizzite ad ogni spritz al bar. E la pietà di una menomazione fisica. E il sorprendentemente gioioso <ciao, amico> del nero con braccialetti e occhiali specchiati. E un piattino ovunque, e mani verso di te, e sguardi che non sai, e occhi che non vorresti. Tanti impostori, anche. Dargliela o non dargliela, la monetina? E a chi? Una monetina che a me costa molto meno della mia riluttanza. Del mio moralismo, a volte.

 Una domenica infuocata e deserta, ne incontri uno che te le chiede al volo, la monetina: così, proviamoci di passaggio. Superata la paura, gli chiedi da dove viene. Dal Ghana. Ha la sofferenza disegnata sul volto. Non ha il permesso di soggiorno, è in mano agli avvocati dell’organizzazione. E sono passati due anni. Gli scende una lacrima e dice: non è vita, questa. Ha poco più di vent’anni, immaginava un’altra vita. Quella che immagina chiunque al mondo abbia vent’anni. Che fai allora, tu?