Si scrive chef si legge divinitÓ

Sabato 28 luglio 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno

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 Se chiedi a un ragazzo se vuole fare il cuoco, si offende. Prego, lo chef. Lo scrittore irlandese James Joyce scrisse che Dio fece il cibo, il diavolo i cuochi. Figuriamoci cosa avrebbe detto degli chef. Perché ormai gli chef non sono più solo degli chef, sono qualcosa a metà fra il mistico e il leggendario. Sono i Ronaldo dei fornelli. Tanto più venerati e tanto più invidiati, quanto più intoccabili come re Maya per la maggior parte dell’umanità. Sono un qualcosa di sognato come i maccheroni per Pulcinella: me li ha detti mio cugino che gliene ha parlato il compare che li ha visti mangiare. Così gli chef sono popolarissimi proprio perché neanche un miliardesimo della Terra potrà mai avere accesso a loro, potrà mai gustare di loro. Sono una sottrazione e una astrazione. Quindi un successo planetario nel mondo più virtuale che reale, più navigato che toccato. Figuriamoci se assaporato.

 PIATTI COME RELIQUIE Quando non si riusciva a fare un governo ma soprattutto a trovarne un capo, chissà perché non si è pensato a uno chef. Con tutto il rispetto paisà per il professor Conte, che chissà come se la cava in cucina. Ma questo per dire quanto venerati siano. I loro piatti non sono piatti, sono narrazioni. Più raccontati che assaggiati. Come se dovessero appagare più una necessità di spiritualità che di sazietà. E non solo perché uno di loro, sua santità Bottura, può fartene pagare uno 300 euro, proprio ora che vogliono scotennare i ricchi in Italia. Ma perché un piatto di 300 euro va conservato intatto come una reliquia, al massimo ci puoi fare un selfie. E sarebbe empia ogni bocca che osasse farsi venire in testa di gradire. Puoi masticare una Gioconda di Leonardo?

 Da qualche parte li hanno definiti <cuochi d’artificio>, ma deve essere di sicuro qualche astioso che ha il colesterolo. In effetti pesa su di loro la necessità messianica di diffondere il loro verbo come se fossero dei san Pietro, che su questa tavola fondano il loro conto in banca. Ciò che li porta a stare più in tv che ai fornelli. In inglese <cookie star>, più o meno stelle biscottate, definizione francamente molto restrittiva. In effetti occupati più a costruire il loro personaggio che un <patate-riso-e-cozze> come nonna comanda. Più alla caccia di stelle e stellette che di pasti più umani e meno siderali. Ovviamente attesa molto mediocre da parte di chi non ha capito che le Loro Altezze non dispensano banalmente sapori e odori, gusti e umori, quanto vangeli secondo Essi Stessi.

 Le loro divise candide come cherubini rinascimentali sono uno sberleffo per chi si chiede come facciano a non essere mai beccati da una goccia di sugo. Ma può essere contaminato dal peccato un profeta della cottura? Un <mahatma> (grande anima) del cibo parlato? La cucina è un atto d’amore, predicano nelle loro omelie, non uno show. Un valore trascendente contraddetto, a dire il vero, dalla bolla (non il bollito) spettacolare della tv. Dove puoi essere un fuoriclasse del telecomando, un Alberto Tomba dello slalom fra un canale e l’altro, un Messi del dribbling ma difficilmente potrai evitare un programma in cui non stiano grigliando, farcendo, marinando, soffriggendo, condendo. Con lui, lo chef, che sembra più un Von Karajan, uno che sta più con la bacchetta del direttore d’orchestra che con una forchetta.

 TIRANNI ASSATANATI Eppure gli indici di gradimento sono tanto più alti quanto più è incomprensibile ciò che sfornano. Anzi proprio per questo. Una passione per loro che mai potrebbe degenerare in indigestione. E pubblico televisivo addirittura da stadio per tutti questi Masterchef in cui, più che gare fra concorrenti, si svolgono massacri di gladiatori. Con loro più satrapi che giudici. E che sembrano carnefici assatanati dalla carne al sangue delle loro vittime, tanto più attratte dall’arena quanto più insultate, svillaneggiate, umiliate, disossate. Diciamolo, violentate. Loro, gli chef giudici con un’aria luciferina che manco in un film dell’orrore. Anche se è solo la versione mediatica di quanto avverrebbe in certe top-cucine, dove al confronto con certi chef, appunto, Hitler era un monaco trappista. Le anonime grida dal silenzio hanno parlato di mazze sulle mani per un pizzico in più di sale, di pentolate nel cranio per un fuoco più lento di una novena in convento.

 Ovvio che nessuno dei Superchef si è mai preoccupato di essere simpatico, chessò, come il sorriso permanente di un Di Maio. Sono piuttosto una gastroscopia. E ovvio che sarebbe empio chiedere un ragù a qualcuno di Loro, mica stiamo alla cantina di Cianna Cianne. Anche se si definiscono artigiani e contadini nel Paese nonostante tutto ancòra ricercato proprio per questo. E non solo in cucina. Essi sono la post-cucina in un mondo tanto post da dare ragione al quinto corollario della legge di Murphy: lasciate a se stesse, le cose tendono ad andare di male in peggio.