Palazzo Mincuzzi effigie della < grandeur > ivisitata in chiave barese

Martedý 7 agosto 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Certo, un po’ di soggezione te la faceva. Ma non si può essere definiti Paperoni solo perché si ricorda Palazzo Mincuzzi . Dove, è vero, si pagava anche più di un milione (di lire) un vestito. Ma non si può parlare di un avvocato Agnelli solo per dire che era un riccone. Non sarebbe stile. Ché tutto stile appunto egli era, tanto quanto trascurabile come industriale. E quando si parla di stile, anche il sopradetto Palazzo è fra i pochi che può dirci qualcosa in una Bari che ne ha distrutto altri simboli. Tolti una manciata sopravvissuti al sacco edilizio del Miracolo economico, va a finire che dobbiamo inorgoglirci solo per uno stadio di Renzo Piano abbandonato al vilipendio e a Giancaspro. E per un Ponte Adriatico che è il ponte più bello e inutile del mondo.

 Davvero a vedere Palazzo Mincuzzi si può confermare che, se Parigi avesse il mare, sarebbe una piccola Bari. Tanto i Mincuzzi dei <boulevard> gli somigliano, quella raffinata <art nouveau> che da un giorno dell’autunno 1928 impreziosisce una via Sparano e tutto il resto. Arditezza di forme e di bellezza salvate per un pelo con un vincolo solo nel Duemila, dopo aver lasciato che altri fossero asfaltati dal cemento e dalla grettezza di costruttori soprattutto distruttori. Diciamo indifferenza di tutta una comunità.

 E se <cattedrale del commercio> Palazzo Mincuzzi fu, si fa presto a parlare di cattedrali in tempi in cui le nuove cattedrali sono gli ipermercati che ghermiscono la città come le spire di un cobra. Né, per carità, si vuole far torto alla moda pronta e di strada che ora il Palazzo ospita ed elargisce. Più che combattuto con donchisciottesca mena, lo <Zeitgeist>, lo spirito dei tempi, va capito. Al massimo resilienza senza anatemi. Col diritto sacrosanto però, e forse un po’ <retro>, di non essere d’accordo. E non solo per onorare la memoria della impagabile signora Fortuna che della ditta <Mincuzzi & Figli> era l’anfitriona, ma per cantare chiaro e tondo come la si pensa.

 No, pur ora che la lercia estate ci schiuma come saponette, no di lì non sarebbe uscito mai un simil-pantalone come quelli vigenti <alla pinocchietto> o (se va bene) <alla corsara>. Quelli che un giorno fecero dire ad Armani che vestiamo tutti come scarafaggi. E che sono la versione sbracata di quei ben più nobili bermuda che gli inglesi indossano con giacca, cravatta e calze lunghe. Non sarebbe di lì mai uscito uno di quei pantaloni col cavallo tanto basso che ogni flessione del titolare è una pelosa esibizione di fondoschiena. Né sarebbero di lì usciti quei jeans tanto più costosi quanto più laceri.  

 Non sarebbero usciti dal Palazzo Mincuzzi di prima generazione, pur essendo stato esso ciò che Londra è per sintesi fra tradizione e innovazione. Altro che solo e oscuro oggetto di una nostalgia reazionaria. Lì Valentino e Versace, classico e sportivo non si beccavano come polli di Renzo. E ora che l’abito non sembra fare più il monaco, ora è scattato il liberi tutti come il fallimento del Bari calcio. Ora, come avrebbe detto il vecchio Churchill, vanno in giro che sembrano <rotolati fuori dal letto>, lui che non lo fece neanche nell’<Ora più buia> del suo Paese in guerra.

 Un conformismo dell’anticonformismo riduce gli anziani in copia-e-incolla di giovani. E i giovani in sedicenti ribelli che considerano la cravatta una forca e la giacca un trattamento sanitario obbligatorio. Soprattutto la pensano in maniera leggermente diversa da un sommo come Salvador Dalì: <Se uno ha stile, lo si riconosce sùbito: il tappeto deve essere sempre intonato alle palpebre>. Ma la moda, si sa, è di tutti, lo stile di tanti, la classe di pochi. Oggi facciamo una buriana per il presidente della Camera, Fico, e il suo collo sbottonato. E consideriamo invece stile personale un Salvini con felpe ad hoc per ogni sito geografico (staremo buoni finché non si metterà la scritta <Terrone>).

 La rivista <Vogue America> ha appena rivolto un appello a tutti quei rampanti imprenditori della Silicon Valley che sono ricchi a 16 anni e circolano sempre in magliette irrancidite su calzoncini e infradito. Con i vostri computer, gli ha detto, state cambiando il mondo: è il momento di assumervi le vostre responsabilità, imparate anche a portare un completo. Ma non vorremo addossare a Palazzo Mincuzzi tutto il peso della trincea, né tacce di nuovi barbari distribuite in giro. Tantomeno eleggerlo a monumento ai Caduti di stile. Stile contemporaneo nel vestire, nel parlare, nel porgersi, nel pensare, nel vivere. C’è poco da fare, ciascuno si trova lo stile addosso bell’e cucito da madre natura.