Dei giovani che partono non importa a nessuno

Venerdý 10 agosto 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 E’ la generazione #civediamoadagosto. A Carfizzi, 670 abitanti nell’entroterra di Crotone, all’inizio del mese c’è stata la Festa del ritorno. Un abbraccio estivo ai ragazzi rientrati per le vacanze. E non erano più abituati a tanti periti industriali, medici, ingegneri tutti insieme. A tanti 30-40enni chiassosi in un posto in cui ormai c’è solo il silenzio degli anziani. E neanche tanti bambini, perché non se ne fanno più. Ma anche a Specchia, gioiello del Salento, si è appena celebrata la 18ma edizione della Festa del migrante. E stessa cosa in un paese simbolo come Aragona, provincia di Agrigento, che ha la più alta percentuale di emigrati italiani all’estero. Anzi la sua Sagra della salsiccia ha ormai più presenze a La Louviere, in Belgio, dove sono la maggior parte di loro.

 Qualcosa del genere avviene in questi giorni in tutto il Sud. Emigrati in gran parte diplomati o laureati: ritratto vivente di quanto ha appena raccontato il Rapporto Svimez. Negli ultimi sedici anni se ne sono andati in 218.771. Con 40 mila pugliesi che studiano fuori, un giovane su tre da Bari. E con un milione 883.872 residenti complessivi perduti. Come una intera Calabria sparita, cancellata. L’Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno ha calcolato che per quei ragazzi, prima di partire, le famiglie hanno speso 30 miliardi: presi e regalati soprattutto al Nord. Il Sud li forma, il Nord diventa più ricco con loro. Perché Nord cui si regaleranno anche i loro fitti, i loro consumi, il loro talento.

 Da fine Ottocento in poi, i meridionali sono sempre stati costretti a emigrare. Non, ovviamente, un destino, ma l’effetto di politiche ai loro danni, altrimenti continueremmo a far finta. Ma c’è stavolta una differenza fondamentale rispetto al grande esodo del <partono i bastimenti> e delle <valigie di cartone>. E’ la prima emigrazione che impoverisce non solo umanamente ma anche economicamente i territori da cui parte, perché non ci sono le rimesse di chi è partito. Quei soldi mandati a casa che, se in passato hanno sostenuto le famiglie private dei loro cari, hanno arricchito anche l’Italia che li aveva costretti ad andar via. Stavolta le rimesse fanno il percorso inverso: sono le famiglie a sostenere i loro ragazzi, con ulteriore danno per il Sud. Per chi va a cercare lavoro, è come se il Sud glielo pagasse. Alla faccia di tutti i presunti sostegni dello Stato.

 Il musicista cantastorie bosniaco Goran Bregovic va in giro per concerti con la sua <Orchestra per matrimoni e funerali>. E lui è uno che se ne intende di migrazioni dopo la guerra civile jugoslava. Se non per l’estate, per matrimoni e funerali ridiscendono i nostri ragazzi, quando ancòra ce la fanno. Spiantati e molti ormai spaesati, senza più paese, nel senso di appartenenza. E del resto, poche alternative, se in questo momento un giovane su tre al Sud è senza lavoro. Anzi ci sono 600 mila famiglie meridionali in cui nessuno dei componenti lavora. A parte gli oltre tre milioni di poveri, a cominciare dai vecchi che non si curano più perché non ce la fanno.

 Così il Sud si spopola nella quasi generale indifferenza di un Paese in altre faccende affaccendato, come il fatuo frastuono attuale conferma. Si spopola il Salento di Capo di Leuca. Si spopolano i Monti Dauni. Si spopola la Basilicata, ormai a meno di 600 mila abitanti. Si condannano all’abbandono borghi meravigliosi. Ci sono più morti che nati. E col peso demografico, diminuisce anche il peso del Sud nel farsi sentire, pur avendo attribuito ai Cinque Stelle un plebiscito elettorale inedito nella storia d’Italia. Essersi consegnato nelle loro mani. Un Sud di anziani forse rassegnati più che di giovani vogliosi di combattere. Pur dovendo, i giovani, girare il mondo, almeno finché il mondo non chiuderà di nuovo le sue frontiere come sta facendo. Pur dovendo dargli, i loro genitori, ali e radici.

 Né viene considerato degno di migliore attenzione il Sud che tenta di resistere. Il Sud, per esempio, della <restanza>. Il Sud dei giovani che decidono di combattere qui la scommessa dura ma avvincente di veder sorgere un futuro nuovo e generoso nelle loro terre. A cominciare appunto dalla terra. Con Castiglione d’Otranto che ne parlerà in una Notte Verde il 31 agosto. Ma in un Paese e con una politica per i quali il rumoroso problema sono i neri che vengono dall’Africa e non i suoi figli che dicono addio. Senza far nulla per trattenerli.  

 Di fronte a questo Sud che sparisce, il Sud continua a non essere l’argomento nazionale. Come se andasse tutto bene così, perché così deve andare. Come se l’Italia continuasse a vivere l’illusione di poter sopravvivere essa stessa se non sopravvive il Sud. E con l’unica attuale risposta nel reddito di cittadinanza, cioè assistenza invece di sviluppo. Come se un giovane, uno solo, potesse decidere di starsene o di tornare perché gli danno 600 euro al mese.