Calcio con anguria non è solo calcio

Sabato 11 agosto 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Ferragosto, calcio mio già ti conosco. E’ vero che questa volta la crisi di astinenza è stata mitigata dai Mondiali finiti a metà luglio. Poi ci ha pensato il botto di Ronaldo alla Juve. E la tragicommedia del Bari che continua a tenerci sul chi-va-là più di una centralina di allarme. Ma già sabato prossimo dalle nostre parti si seguirà la serie A in tv addentando un’anguria e in costume da bagno. E riprenderà non un campionato, ma il più grande argomento di conversazione al mondo, essendone impegnate 3 miliardi di persone ogni giorno, un terrestre su due. Con i Bar dello Sport che sono posti più democratici di tutti i Parlamenti del globo, perché ciò che dice un premio Nobel conta quanto la parola di un maniscalco (tanto non ce ne sono più). Unica riuscita lingua planetaria.

 TUTTA LA VITA IN CAMPO Ci sarà comunque sempre qualcuno che no, guardi, questo calcio non mi interessa proprio, non sapendo che l’ignorante è lui. Essendo, quei 90 minuti, un concentrato di tutte le emozioni dell’esistenza: amore e odio, dolore e gioia, ansia e liberazione, agonia ed estasi. Ed essendo ancòra, il gol della propria squadra, il momento di più intensa felicità possibile: le filosofie orientali parlano di <nirvana>, un lampo di un nanosecondo . Di fronte al quale un orgasmo è come timbrare il cartellino, roba da tassametro.

 Ma anche quello di chi lo segna, un gol, è un gesto da killer, li vediamo gli occhi iniettati di sangue di chi la ha appena buttata dentro. Tardelli si fece una curva parabolica gridando come un assassino, tremando come un tarantolato, sbarrando gli occhi sbarrati manco avesse visto la Madonna di Medjugorje. Non fosse stato in campo, finiva in astanteria neuropsichiatrica. Altri mimano il kalashinikov, lo sparo, appunto. Con beduine ammucchiate da atti osceni in luogo pubblico. E danze rituali di fronte alle quali quelle degli indios dell’Amazzonia sono balli del mattone.

 Perché, caro signore che <a me il calcio non interessa>, un rito è, il calcio. Perché una religione. Una religione facile, dice l’antropologo francese Marc Augé, non implicando l’obbligo di credere in un dio se no vai all’inferno. Al massimo a uno che passa da milanista a juventino (vade retro Bonucci) dicono che è un infame traditore, titolo onorifico di questi tempi. E rito che prevede nient’altro che il piacere di mettersi la maglietta amata come una stola sacerdotale e dipingersi la faccia con i colori sociali, si vedono certi tifosi che sembrano usciti da un carro di carnevale. C’è qualche ultra che fa la dieta pre-partita come quella dei calciatori, perché se mangi certi ragù più una Peroni rischi di andartene al sonno sulle gradinate. Ma c’è chi ha un tale nervoso allo stomaco, da rifiutare anche un polpo crudo.

 INSIEME AL PAPA E poi, non è che la guardiamo la partita, la partita siamo noi, e noi siamo loro. Una finale perduta ai rigori è più spossante che capire cosa dice Di Maio. Né facciamo sconti ai nostri eroi nell’arena, siamo come gli dei che dall’Olimpo guardavano giù gli umani sghignazzando di critiche quando sbagliavano. E di fronte a un mondo in cui non ci preoccupiamo degli altri manco se li vediamo in coma, il calcio è comunità: riescono a esserlo anche i baresi che, se si guardano allo specchio, si chiedono stizziti chi è quello lì al posto mio. E calcio come comunità globalizzata, diciamo così. Ci sono squadre, in Italia, in cui italiano non è neanche il magazziniere. Ma ciò che conta non è il rapporto col territorio quanto il simbolo, il totem. E poi, diciamoci la verità, è un gioco semplice, mica come il complicatissimo golf che devi addirittura buttare la pallina in un buco. Non fosse per il fuorigioco, lo capirebbe anche la signora Maria. E quanto a quelli <a me il calcio non interessa>, ora anche i più colti hanno smesso di vergognarsi, dici una cavolata sulla squadra che <si alza e si abbassa>, e hai su Facebook più <mi piace> di Salvini che ruggisce coi neri.

 Perché il calcio è l’unico evento universale insieme ai viaggi del papa. Tutti vediamo in tv ciò che prima ci era raccontato alla radio o sui giornali. Ci sono telecamere tanto personalizzate che nessuno può permettersi di scaccolarsi il naso. E uno come il succitato Ronaldo è il più seguito al mondo con i suoi 331 milioni di <follower> (seguaci) in Internet. Se non ci siamo capiti, di ogni suo starnuto possono preoccuparsi 331 milioni di persone, cinque Italie messe insieme. Se proprio vogliamo trovargli un difetto, a questo calcio, bisogna dirlo che è un po’ maleducato, non è che i tifosi si diano del <lei>. Sono, come si dice, politicamente scorretti. Anzi hanno la tendenza a diventare Curva Nord, dove ciascuno regredisce allo stato di incosciente.

Vedremo cosa succede quest’anno. Tenendo conto che uno può accendere la tv e al posto del calcio beccarsi un discorso della senatrice Taverna o una presa di posizione di Orfini.