Prima di mangiare conta i numerini

Sabato 25 agosto 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Occhio ai numeri, se non vuoi finire alla lavanda gastrica. E siccome anche il più sano ha come minimo un’ulcera, a tavola stiamo più attenti di un difensore alle prese con Ronaldo. Così, per ogni portata, i menu ora indicano (appunto coi numerini) le possibili intolleranze alimentari. Ormai diventate tante che anche un pane-olio-e-sale è più pericoloso di un’Asia Argento nei paraggi. E lo slalom per evitarle tanto faticoso che l’unica alternativa è fregarsene sfidando la colica fulminante, o astenersi con scioperi della fame alla Pannella.

 QUESTO SI’, QUESTO NO Così anche lo chef è diventato specialista di diagnosi precoci, specie in tempi di vacanze con clienti una tantum. Se prepara strangolapreti di pane e spinaci, la prima reazione è di solidarietà per le vittime ecclesiastiche. Ma poi bisogna stare attenti a ciò che segue fra parentesi: (1-3-7). Significano che il piatto contiene cereali con glutine (1), uova o prodotti a base di uova (3), latte e prodotti a base di latte incluso lattosio (7). Quindi disco rosso per chiunque ne possa avere conseguenze, anche se ha una fame che si mangerebbe un comò.

 Ma allora si può ripiegare su un consommé al Marzemino, da non affrontare comunque a cuor leggero per almeno due ragioni. Andare su Internet per capire cosa è il Marzemino. E il numerino 9, indice inequivocabile  di sedano e prodotti a base di sedano, roba più o meno non dissimile dal cianuro. Meno male che alla disperata è disponibile un tonno scottato alla mediterranea, se non fosse per un (4): pesce e prodotti a base di pesce. Ultima soluzione prima dell’assassinio dello chef: bauletti all’astice con burro bianco ed erba cipollina. Per i quali però, oltre ai già visti 1-3-7, compare anche un (2) per crostacei e prodotti a base di crostacei. Vade retro. Con la inevitabile domanda a base sociale: ma non è mai crepato seduta stante un ricco che pasteggiava ad aragosta e prosecco?

 L’estate del nostro scontento non ha lasciato scampo neanche alle potenziali vittime di arachidi, soia, frutti a guscio, senape, sesamo, anidride solforosa, molluschi e finanche lupini, ciascuno segnalato con i numeri 5-6-8-10-11-12-14-13. Nostalgia di tempi in cui lupini e ceci fritti erano la leccornia delle feste patronali. E mentre, se vai a un centenario a chiedergli il segreto della sua longevità, ti risponde che ha mangiato sempre di tutto mentre si fa la trentesima sigaretta della giornata. Ma Camilleri, lo avete mai visto Camilleri, che arriva prima la nuvola di fumo e poi lui? Novantadue anni.

 Si dice che siamo tutti rovinati dal progresso, che ci ha reso più vulnerabili del tallone di Achille. Ciascuno col suo problema. Ma siamo anche tutti asfaltati dalle mode, che al gusto hanno sostituito i disgusti. Che alle intolleranze fisiologiche hanno sostituito le intolleranze ideologiche. Così trasformandoci, da commensali universali (nel senso di farci digerire anche le pietre) in ayatollah delle diete. Non siamo più così gente che si nutre, ma categorie. Vegetariani e vegani, fruttariani e smoothisti, crudisti e gluten free, no carb e carnivori, localivori e macrobiotici. Come se ogni volta, prima di metterci il tovagliolo, passassimo dal dietologo o dalla sede sociale della rispettiva tribù alimentare. E come se, invece del piacere conviviale in cui ciascuno prende ciò che gli pare, si dovesse scatenare ogni volta una guerra santa a base di tabù e ripulse. Una umanità ex onnivora che ora non sopporta vedere fianco a fianco il proprio passato di verdure con l’altrui bistecca alla fiorentina. Orrore.

 FANATISMO ALIMENTARE Il fatto è che l’intolleranza da numerini e l’intolleranza da fanatismo sono figli dell’abbondanza e non della penuria di un tempo. Ci sono degli anti-lattosio che cominciano a chiazzarsi di rosso solo alla vista di un gelato. E ci sono talebani del km zero che rifiutano di mangiare cicorielle se raccolte da più di un’ora. Così un invito a cena non è più solo un invito a cena, ma una conferenza del G8 in cui trattare per schivare manie e idiosincrasie reciproche, un festival di sensi di colpa e di colpa dei sensi. Trattare per evitare una coesistenza più forzosa di quella fra Salvini e Di Maio. Col timore che in ogni cibo si annidi un nemico, altro che mangiare un po’ di tutto. E il timore di dover coesistere, sia pure per una sola serata, con i seguaci di diverse fedi gastronomiche.

 Viviamo un divorzio universale in cui non litighiamo solo sugli immigrati o sulla pistola in casa. Non litighiamo solo sui vaccini e sul Tap. Ma siamo divorziati che litighiamo sull’alimentazione mentre prima si litigava per gli alimenti all’ex. Il fatto è che fra <questo non posso> e <questo non voglio>, ogni pasto è più una quaresima che una resurrezione. In cui stare con gli altri significa avvelenarsi invece che rilassarsi. Se prima eravamo quello che mangiavamo, ora siamo quello che non mangiamo.