Una grande festa di popolo

Sabato 8 settembre 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

La Fiera del Levante è come la CocaCola. <Tu chiamala se vuoi, emozione>, cantava Lucio Battisti. Nel senso che la Fiera è, come dicono i comunicatori,  un <brand>, un marchio. La cui importanza è anzitutto nel nome e in ciò che evoca, al di là di ogni altro valore. Non evoca, forse, la CocaCola il mito dell’America pur gonfiandoci malevolmente di zuccheri? E così la Fiera è sempre stata per i baresi, insieme a san Nicola, all’Acquedotto e, se permettete, alla <Gazzetta>.  Evoca i suoi miti fondatori. E una baresità che, del resto, non poteva che farsi Fiera, in una città che come una fiera permanente è disegnata. Nel senso di grande festa del commercio. E dell’incontro. E dell’apertura agli altri in un porto di mare che nei secoli tante caravelle ha visto arrivare e tante partire.

 La caravella, appunto, della sua missione primigenia di ponte verso i Balcani, attraverso un Adriatico <che unisce e non divide>. E verso un Mediterraneo che era sogno di pace con i Paesi dell’altra sponda, progetto di un rapporto privilegiato che non poteva che avere in Bari il suo faro. Poi il tempo passa, e con esso il carro non sempre trionfale della storia. Che man mano ha portato i Balcani più verso il Centro Europa che verso le sponde che furono di Diomede e della Magna Grecia. E ha fatto del Mediterraneo il centro del dramma epocale dell’emigrazione, gommoni più che caravelle. E l’epicentro più di conflitti dominati dall’odio che da un futuro di comune destino.

 Poi le vie virtuali di Internet hanno confinato la stretta di mano nel museo degli oggetti perduti. E relegato il rapporto personale nell’amarcord di un’epoca in cui con un tastino di computer sposti l’equilibrio del mondo da una parte all’altra. Così ogni fiera ha dovuto reinventarsi, e non da meno la Fiera del Levante. Ora per la prima volta quasi privata, pur continuando a ritenersi di tutti. Ma resta l’agorà che altrove ci manca, la grande piazza che una volta all’anno, e nonostante tutto, si trasfigura in festa di popolo. La campionaria in cui trovi di tutto e di niente. E nel resto dell’anno gli appuntamenti di affari che, se non la tengono sempre aperta, se non ne fanno una permanente presenza, la destinano alla chiusura. Pericolo tutt’altro che non corso.

 Con l’animo un po’ bolognese della Fiera passata di mano, e con la squadra del Bari finita ai napoletani (si dice anche con la <Gazzetta> ai siciliani, e meno male) sarebbe stata la campana a morte della baresità se l’una e le altre non fossero ancòra sorrette da un’emozione di appartenenza. Appartenenza e orgoglio anche meridionale, se è vero che la Fiera del Levante è sempre stata il <rivediamoci> di un meridionalismo che confidava nella soluzione a portata di mano di una questione vecchia quanto l’Italia.

 Con più pomposità che realismo, si faceva coincidere l’inaugurazione della Fiera non solo con gli stati generali del Sud, ma con la ripresa della politica nazionale dopo la pausa estiva. Testimonianza ne era la presenza puntuale e convinta del capo del governo, il quale parlava altrettanto puntualmente di svolta per il Sud e di sfida per il suo sviluppo. Gli faceva coro un meridionalismo professionale forse più convinto di se stesso che proficuo di tali svolte. Finché anche la tradizione fu spezzata quell’anno che un presidente del Consiglio, al rito di Bari, preferì volare a New York per festeggiare il trionfo di due tenniste pugliesi. Ma era solo la conferma che, più di qualcosa che si era spezzata, qualcosa era finito.

 La Fiera del Levante è stata comunque incubatrice di eccellenze sia umane e professionali che produttive. E’ necessario dirlo in opposizione al vizio molto meridiano di buttare l’acqua con tutto il bambino. Vi è a lungo passata la nazione che conta. E a lungo ha voluto esserci, specie quando lo Stato ha fatto da mamma per tutti. Ricordate le Partecipazioni Statali non solo come stagione politica? La Fiera è’ stata un orgoglio di Sud e di speranze di sorti magnifiche e progressive. E’ contata molto, anche nelle illusioni. E’ stata man mano un’occasione perduta anche da parte dei suoi soci fondatori. Ma non per caso dopo oltre 80 anni è ancòra lì, parte dell’autobiografia di una città e di una regione. Essendone ancòra un’emozione.

 Ora ecco un’altra edizione che sembra non poter avere molto da chiedere e chiedersi se non esserci. Ricostruzione di un oggetto sociale, a nome di tutti. Sciamerà il suo popolo, appunto, col piccolo populismo domestico del <c’ero anch’io>. I ragazzini non chiederanno più quei dépliant lucidi e colorati che erano i cellulari del tempo. E andavano anche, i ragazzini, a chiedere se c’era un lavoretto, precario come lo è diventato tutto il lavoro tanto tempo dopo. E arriverà quella gente anonima, forse <dimenticata>, che fa il Paese reale più di tanto Paese irreale.

 E però, sia pure con qualche cinismo in più, se dici Bari dici ancòra Fiera del Levante, e non è che te lo stia regalando nessuno. Sperando che anch’essa sia quel ronzio del motore sempre acceso che fa tanto Bari.