Vetrine spente chiacchiere accese

Sabato 15 settembre 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Consideriamole armi di distrazione di massa. A cominciare da questa storia dei negozi chiusi la domenica e nei giorni festivi. La cui prima ragione sta nella gelosia Di Maio per Salvini. Il quale, dalle felpe alle vacanze al mare, non è che uno dice <ma chi se ne frega>. Perché invece qualsiasi cosa egli faccia attira l’attenzione su di sé. Comunica meglio, non c’è che dire, al di là di ciò che comunica. Cosa deve fare allora il vicepremier diventato numero 2 per arginare il vicepremier diventato numero 1? Intabarrato nella sua cravattina di ordinanza perché gli hanno detto che deve somigliare agli italiani (i quali non mettono più la cravatta neanche da morti), non può combatterla a botte di felpe. Deve trovarsi immediatamente un diversivo. Anche per non parlare di Tap, altrimenti va a finire come con l’Ilva: da chiudere durante la campagna elettorale, più aperta di una valle alpina ora col governo. O per non parlare di vaccini all’asilo, sui quali per fortuna i presidi hanno deciso di fare per conto loro.

 PAESE DELLA NOSTALGIA Allora il Giggino decide che si devono mandare  gli italiani a messa la domenica. Ma solo quelli che lavorano nei negozi, e quelli che vogliono andare a spendere, mica ferrovieri-medici- giornalisti-tranvieri-camerieri-poliziotti. O gli operai dell’Ilva, appunto, che saranno evidentemente tutti scomunicati. Gli italiani che a messa, se non ci vanno, non ci vanno e basta, non perché sono più attratti dai jeans nuovi che dal parroco. E siccome stanno ancòra ad aspettare il reddito di cittadinanza, non è che la domenica possono consentirsi di andare alla villa col Suv (anche perché la messa, foss’anche cantata, in fondo non dura più di un’ora).

 Allora vanno all’ipermercato, dove tra un giro e l’altro, uno stenditoio uno stenditoio per il balcone lo beccano. E i bambini si divertono un sacco in mezzo a tutto quel carnevale di roba. Poi magari, visto che ci stanno, si fanno la pizza a pranzo. E c’è pure il parco giochi. E c’è chi addirittura si infila nel cinema annesso. E vai a vedere che prima o poi una chiesetta spunterà. Insomma si fanno, come si dice, la giornata. Soddisfano un bisogno. E lasciamo stare i turisti, che se trovano città come campisanti, l’anno prossimo se ne vanno a Las Vegas. E poi, tutti conosciamo quelle domeniche che non sai che fare, e metti che appena oscura prende a piovere, ti vedi per la trentesima volta i gol in tv.

 Ma a Giggino interessa dare una risposta a una domanda che non c’è. E quanto ai commessi, lavorare la domenica è sempre meglio che non lavorare. E poi se la serranda non la vuoi alzare, (per ora) non ti danno l’olio di ricino. Sui vocabolari c’è ancòra la differenza fra obbligo e facoltà. E quanto ai piccoli negozi che chiudono se ci sono gli ipermercati, i piccoli negozi e gli ipermercati ci sono anche dal lunedì al sabato. Ma Giggino vuole abbagliare. Vuole imporre, dicono i politici, l’ordine del giorno. Stabilire di cosa parlare. Togliere la scena a Salvini, che grazie a tutti questi maledetti immigrati si guadagna un titolo al giorno sui giornali.

  (Giggino per la verità non è così innocente come sembra. L’argomento è popolare al di là delle appartenenze politiche. Accomuna le generazioni. Accomuna gli strati sociali. E prefigura quel Paese della nostalgia e del pauperismo basato sul ritorno indietro, dal no alle infrastrutture, alla leva obbligatoria, alle vetrine spente, alla lira chissà).

 E POI C’E’ L’ORA LEGALE Poi c’è quest’altra arma di distrazione di massa. Stavolta da parte dell’Europa, in questo momento meno popolare di un autogol della propria squadra. Europa desiderosa di dimostrare che non si occupa solo della lunghezza dei fagiolini. E che non è vero che ha la stessa anima di un palo della luce. E che non è vero che decide solo la Merkel (la quale in questo momento non decide più neanche a casa sua). Così parte la campagna <Un’ora sola ti vorrei>, che ne pensate di abolire l’ora legale che una volta all’anno ci toglie un’ora di sonno ma sei mesi dopo ce la restituisce? E non è un pareggio, perché non abbiamo idea di cosa un’ora in più di luce sia capace. Evita le depressioni. Fa risparmiare energia elettrica. Ci fa andare in un altro Paese senza cambiare sempre l’orologio.

 Così l’Europa a caccia di affetto degli europei ti inventa un referendum, ora legale sì o ora legale no? Rispondono in quattro milioni e mezzo su 500 milioni, e all’84 per cento dicono no. Sono soprattutto i popoli del Nord, quei pipistrelli che quando vengono ad abbronzarsi da noi sembrano porcellini rosa usciti da un microonde. Quelli che il buio ce l’hanno tanto dentro da non avere un sorriso. Ma che fare di questo risultato? Fare a turno come Di Maio vuole fare con i negozi? Poi dice che uno non ci capisce più niente e non va più a votare. O, peggio, in un momento di sconforto decide di farla finita e di provare ad abbonarsi a Dazon.