Il destino di partire nel silenzio di tutti

Venerdì 5 ottobre 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Scusi, ma ai giovani del Sud che gliene importa del reddito di cittadinanza? Premettiamo senza ipocrisie né ideologie: piace al Sud. Anzi si dice che il Sud ha votato in massa Cinque Stelle proprio per quello. E lasciamo stare chi lo accusa di assistenza, con la risposta che è invece un mezzo per rilanciare i consumi e l’economia. Anzi un mezzo per creare lavoro attraverso la riforma dei Centri per l’impiego. Lavoro rendendo più efficiente chi dovrebbe trovarlo, non perché ci sia. Ma, come si dice, ce ne si faccia una ragione: piace al Sud.

 In quali condizioni è il Sud perché il reddito di cittadinanza sia visto come una benedizione, è altro discorso. Quando fa freddo, basta un cerino per riscaldarsi. E al Sud fa freddo. Dopo 157 anni d’Italia, il Sud è ancòra l’area depressa europea più grande per territorio e popolazione. All’interno della ottava economia del mondo qual è quella italiana. Non sarebbe bastato questo perché una volta per tutte il Paese intero si interrogasse? Come è possibile? E come è possibile che non si debba fare nulla visto che converrebbe non solo al Sud che sia fatto? Come è giustificabile il permanere di una così clamorosa diseguaglianza considerata come una cosa di natura, così è e così deve andare?

 Dal 2000 al 2015 dal freddo del Sud sono partiti un milione e settecento mila persone. Il 72 per cento ha fra i 15 e i 34 anni: giovani perdiana, la meglio gioventù che se ne va da dove solo su di essa si può contare, mica sui vecchi. Il 28 per cento di loro ha la laurea. Un milione sono tornati, è vero. Ma è molto probabile che settecentomila non lo facciano più: generazione perduta. Settecentomila persone sono tre città come Bari, Taranto e Lecce. Sparite. Migranti economici. Proprio nel Paese che, invece di preoccuparsi di loro, si preoccupa di non farne arrivare da altri Paesi come se fosse il principale problema nazionale. Ma dei nostri appunto, chi si preoccupa?

 Sono il futuro che sparisce dal Sud. Né porteranno un beneficio alla loro terra: me ne vado ma ti aiuto tipo le rimesse degli emigranti che hanno sempre sostenuto chi rimaneva a casa. Quelle che hanno anche, diciamolo chiaro e tondo, arricchito tutta l’Italia. Un sacrificio con vantaggi economici ancorché non umani. Ora no. Ora è il contrario. Ora sono genitori e nonni che mandano a chi se ne va e che non ce la fa con lo stipendio che prende. Un doppio danno. Impoverimento secco per il Sud.

 Chissà se il reddito di cittadinanza si occuperà anche di questo impoverimento indotto. Ciò che è certo, è che nessun giovane rimarrà mai per vivere con i 700 euro mensili su cui il governo punta. Un dovere elettorale, ma è giusto così. Ho fatto una promessa, mi hanno votato, devo mantenere la promessa. Ma il problema è un altro, e non per fare benaltrismo. Il problema è che una forza politica portata al governo dal Sud, ha per il Sud una risposta che finora è solo il reddito di cittadinanza. Come se così si risolvessero tutte le piaghe che creano l’emigrazione. Come se fosse la svolta.

 Ci fosse stata nei decenni una sola delle svolte assicurate che avesse funzionato, ora il Sud sarebbe tutt’altro che Sud. E anche i Cinque Stelle si sarebbero trovato un altro Sud. Che non sarebbe quel terzo d’Italia il cui reddito è solo il 56 per cento di quello del Centro Nord. Non avrebbe il 40 per cento in meno di infrastrutture. Non avrebbe un livello di servizi sotto il minimo essenziale, grazie a una spesa pubblica che al Sud è sempre inferiore alla percentuale della popolazione meridionale. E sempre inferiore a quella per ogni cittadino del Centro Nord come se nascere meridionale fosse un amaro destino. Non subirebbe l’inganno di fondi europei che non si aggiungono alla spesa nazionale ma la sostituiscono. Non avrebbe il doppio della disoccupazione, il triplo di quella giovanile, il doppio delle famiglie povere. Non vedrebbe meno finanziati i suoi asili, le sue università, la sua sanità (altro che confronto con la sanità del Veneto il cui uovo di Colombo è contare su risorse statali superiori).

 Ora i Cinque Stelle hanno un vicepresidente del Consiglio meridionale. E una ministra del Sud altrettanto, anzi addirittura pugliese. Con tutte le difficoltà di un’alleanza con una Lega che, quando era Lega Nord, ha contribuito a creare le condizioni di cui oggi soffre il Sud. E che oggi è interessata solo agli arrivi degli immigrati e non alla partenza dei suoi emigranti. Si dice che il Sud ha sempre votato governativo, non fosse altro che per sopravvivenza. Questa volta ha votato antigovernativo.

 E’ bene lasciare ai Cinque Stelle il tempo necessario. Ma si dice sempre (mistificando) che il vero problema del Sud siano le sue classi dirigenti e non le politiche nazionali. La domanda è se i Cinque Stelle devono confermarlo. O se vorranno essere all’altezza della attesa del Sud e della differenza epocale che li ha fatti scegliere.