Tutto un Paese a colpi di clacson

Sabato 6 ottobre 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Nel calcio si chiama <fallo di frustrazione>, azzanni inutilmente le gambe dell’avversario solo perché stai perdendo la partita. Quando sei al volante la frustrazione si chiama clacson. Che non ti prende alle caviglie, ma di sicuro alle trombe di Eustachio o alla cervicale. Si diceva nel Settecento che la civiltà è la dolcezza dei costumi. Ora dovremmo dire che l’inciviltà è direttamente proporzionale al livello dei decibel stradali. A cominciare appunto dall’auto, essendo l’auto una specie di corazza. Al cui interno ti senti tanto impunito quanto protetto al punto da affrontare il prossimo come non faresti mai nel resto della vita quotidiana. Ed è il clacson la prima reazione di quel diversamente essere umano che diventa l’automobilista. Tipo dottor Jeckill e mister Hyde. Quello stravolto e tanto straniero a se stesso che, per dirne una, a Cursi nel Salento ammazza tre persone per un posto auto violato. Il posto della sorella disabile, particolare degno di ogni attenzione sociale ed etica ancorché non fino al pluriomicidio.

 AUTOMOBILISTA ITALIOTA E’ appunto il clacson il primo livello di reazione dell’italiota sotto spoglie automobilistiche. Ora, parliamoci chiaro, se con tutto il rispetto andiamo in alcuni Paesi asiatici o africani, ogni strada è un concerto di clacson manco fossero filarmoniche a cielo aperto. Ma lì in strada si vive di tutto, figuriamoci se stiamo a formalizzarci. Si suona senza motivo, perché così si fa. Diciamo un <ci sono anch’io>, forse una allegria etnica. Ma mai e poi mai per il compito cui il clacson è stato delegato dal suo inventore: segnalare un pericolo. Da noi lo si suona anzitutto al semaforo. Non fa in tempo a comparire il verde, che come un fulmine parte il dito di quello che è dietro. Il quale vuole essere inesorabilmente più bravo di te e più scattista di un Bolt, anche se per tutto il resto della sua vita fa il Fantozzi.  Perché il Fantozzi motorizzato è uno convinto che il Fantozzi sei tu, ma che stai dormendo?

 L‘altra istigazione a delinquere per il clacson è il tuo rispetto per il limite di velocità consentito. Ma quando si è visto mai che si rispetta qualcosa a cominciare da un limite nel Belpaese illimitato in tutto? E proprio davanti a me doveva capitare questo pappamolla legalitario? E dalli a strimpellare come i tarantolati di Tricarico. Laddove parte sùbito il piano B se il concertista da clacson dovesse constatare l’inutilità conclamata del suo tentativo di rimozione forzata di chi gli è davanti. Il braccio sinistro che schizza fuori dal finestrino è un avviso di bufera, più foriero di tempesta di un cielo che tuona. Non è un braccio, è un machete. Con urla belluine sollecitanti, si fa per dire, a muoversi, che non è che possiamo stare ad aspettare te. Più contorno misto di inviti a sottoporsi a pratiche sadomaso.

 Poi c’è il clacson di travaso di bile, quello più prolungato di un acuto di Bocelli per un eventuale sorpasso subìto. Diciamo onestamente soprattutto se il sorpasso non era un sorpasso, ma un attentato che neanche l’Isis. O un tentativo si speronamento che neanche l’Andrea Doria. O un tentativo di farti a fette come un vitello. Cui il clacson, più che una controffensiva, è una dichiarazione di resa più di quella di tutte le avversarie della Juventus. Ma c’è anche un clacson da frittata girata, quello che scatta davanti alle strisce perdonali se proprio ti sei messo in testa di attraversare pretendendo che io mi fermi. Trasformandosi il dovere di fermarsi in diritto di passare, possibilmente un nanosecondo prima di mozzarti un piede. Infine un clacson di saluto se incroci un conoscente e ti comporti in strada come se fossi a casa tua, salutami la signora. E il clacson alla Piedigrotta, per partecipare a tutti la gioia per il tuo neo-acquisto di una suoneria da Curva Sud.

 GARA CON LA POLITICA Ma in fondo non è che possiamo stare a menarla sul moralistico in un tempo in cui ci sono parole di fronte alle quali un clacson non è più che un carillon. Basta ascoltare un Salvini o un Renzi per capire come la comunicazione fra utenti della strada sia poco più che una melodia di fronte a quella contundente e abrasiva fra utenti della politica. E in cui il rispetto per l’altro è più fuorimoda di un jeans a gamba di elefante. Meno che mai chiedersi scusa nel linguaggio pubblico come in quello automobilistico, essendo forse ritenuto una resa peggiore di una Waterloo. Anche se c’era chi riteneva che ogni scusa non è che una bugia guardinga. Essendo sicuramente tanto ridicoli quanto lunari i giapponesi con tutto il loro armamentario di simbologia della scusa quando si sono comportati male. Inchino per uno sguardo fuori posto, schiena a 45 gradi per uno sgarro, in ginocchio per una offesa alla dignità altrui. Da noi sarebbe poco dignitoso fare un colpo di clacson di ringraziamento a chi ti ha incredibilmente ceduto la precedenza.