Italia, repubblica fondata sulla fila

Sabato 27 ottobre 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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No, per favore, ma me li voglio baciare tutti, uno a uno. Sono i 126,8 milioni di giapponesi. Sui quali è appena uscito un libro (<Giappomania> di Marco Reggiani) che racconta di loro cose dell’altro mondo. Noi che viviamo in un Paese in cui i ragazzi, per combattere la noia, si organizzano su Facebook per andare a prendersi a pugni in piazza (come avviene a Piacenza, ma vedrete l’immediato contagio). Dove si è diffusa la <camera della rabbia> (una anche in Puglia) per sfasciare tutto lo sfasciabile ed eventualmente calmarsi. Dove per questioni di liti di condominio e di posteggio ci sono stati cinque uccisi nelle ultime settimane (tre in Puglia). Dove di tanto in tanto ti può capitare che ritorni in scena un Grillo dai toni un po’ diversi da quelli di madre Teresa di Calcutta.

 L’ESEMPIO GIAPPONESE Che fanno invece questi figli del Sol Levante? Tanto per cominciare, la giornata parte con un inchino. A chi? Chissà, forse al primo che incontrano, la tazza del bagno. A volte li vedi inchinarsi anche quando sono al telefono. E non è che tu dici inchino ed è un inchino qualsiasi, che in Italia non lo vedi fare neanche in chiesa. Testa e schiena in perfetto allineamento a formare una linea rigidamente retta, con gambe e fianchi che non devono muoversi dalla posizione iniziale. E senza neanche prendersi la scoliosi. Qualcosa di diverso, per capirci, da uno Sgarbi quando sta in tv.

 Ma più che baciarli, vorresti addirittura adottarli questi giapponesi quando li vedi in fila con la stessa felicità di uno che ha vinto al Superenalotto. E in silenzio. E senza che nessuno ne sgarri la sublime geometria manco ci fosse un laser. In fila per il treno e per il tavolo al ristorante. In fila allo sportello e al supermercato. E a una tale distanza l’uno dall’altro che in Italia ci sarebbe sùbito qualcuno a infilarsi come un’anguilla. E senza che abbiano fatto un corso di yoga preventivo. Anzi si portano un libro, sono capaci di sbobbarsi uno Schopenhauer mentre sono in coda, altro che chattare nervosamente su un cellulare. E altro che quell’atmosfera da Curva Sud cui siamo abituati noi, altro che quelle crisi di nervi nei nostri uffici pubblici, altro che quella sfibrante guerra di posizione per evitare di finire vittime dello sport nazionale: fregare il prossimo. E non è che questi sono monaci del Tibet, sono la terza potenza economica del mondo.

 Forse, più che baciarli, bisognerebbe cercare di imitarli, spiegando a Salvini che sono solo gialli e non neri. E sapendo che non riusciremo mai a raggiungere un minimo sindacale di tolleranza e di educazione simili alle loro. Meno che mai saremo campioni di inchini, viste le 400 ore cadauno, sedici giorni l’anno, che gli italiani passano davanti a uno sportello, roba più da odio sociale che da pace universale. Con l’aggravante che non sai mai quando finisce, potendoti capitare di arrivare finalmente faccia a faccia con l’impiegato e di sentirti rispondere che devi ripassare. Una istigazione al reato, dovendo decidere in un paio di secondi se strozzarlo o no. E pensa che ora si fa il biglietto come alla Asl anche alla focacceria o alla pasticceria per comprare la guantiera della domenica.

 VITE PERDUTE Tempo fa un salernitano con laurea alla Bocconi ma disoccupato ha inventato il mestiere di codista: faccio la coda al posto vostro per dieci euro. Avendone ottenuta una risposta tale che ha aperto agenzie in varie città d’Italia, e non meraviglierebbe se avesse redditi secondi solo a quelli di un Ronaldo. E delle code automobilistiche, ne vogliamo parlare? Nel traffico perdiamo 23 giorni all’anno, che moltiplicati per una vita media di 80 anni (auguri) sono 1840 giorni, insomma cinque anni, il 16 per cento. Nel Paese europeo con più auto (606) ogni mille abitanti. Quarantanove milioni in totale, e speriamo che non vengano a saperlo quelli della Commissione europea altrimenti dicono vendetevi l’auto e pagatevi i debiti. E con la ricerca del parcheggio che si prende il 10 per cento della nostra vita.

 Spostamenti e sbattimenti, incolonnamenti ed esaurimenti. Imbottigliati più di un vino doc. Più imprigionati di ergastolani. Una immobilità stradale e burocratica che si somma a quella sociale di chi non riesce a migliorare la sua posizione pur studiando e inviando curriculum. Poi un giorno leggi un libro sul Giappone e favoleggi di inchini, e di sorrisi, e di file più silenziose di un camposanto sotto la pioggia. E favoleggi di <sumimasen> (<mi scusi>) qui e di <sumimasen> là. Il libro dice anche che i signori sayonara hanno innata la <kuki wo yomu>, la capacità di <leggere l’aria>, cioè sensibilità per capire le circostanze e rispettarle. Non è per dire, ma si vengano a fare un corso di aggiornamento in una nostra coda, e poi ci riferiscano cosa leggono. Se l’aria o una tale voglia di spaccare tutto che ci vorrebbe una camera della rabbia a testa.