Onore al Polpo fenomeno dei mari

Sabato 3 novembre 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Giù la testa, signori, davanti al polpo. Quello che mangiamo crudo col massimo rispetto, è vero, ma senza immaginare che crimine sia. Se solo sapessimo che straordinaria creatura dei mari è. Se solo sapessimo che dei mari è l’essere più intelligente. Se solo sapessimo che di fronte alla sua intelligenza quella di certi umani è da trogloditi. Un crimine far fare quella fine al polpo se solo sapessimo che ha un cervello con 14 lobi in un’epoca in cui ci sono tanti mono-lobo in giro. Se solo sapessimo che ha una memoria formidabile. Se solo sapessimo che il suo antenato è vissuto 600 milioni di anni fa. Se solo sapessimo che è curioso, simpatico e con senso dell’umorismo da attore nato. Un crimine quella fine del polpo se solo sapessimo con che coscienza si rende conto delle cose, come ragioni. Se solo sapessimo che sente il dolore e lo stress. Se solo sapessimo tutto questo e tanto altro.

 GENIO INCOMPRESO Tu slurpatore domenicale di polpo in riva al mare, ascolta ancòra. Il polpo ha tre cuori mentre tu non ne hai nemmeno uno di fronte a lui. La sua pelle può mutare colore 177 volte all’ora come un camaleonte, rendendolo invisibile a pochi metri di distanza. Può cambiare forma e muoversi a sbalzi, strisciando, camminando e nuotando come un ombrello che si apre e chiude. Ha otto braccia stracolme di neuroni pensanti. Ciascuna è dotata di 240 ventose con le quali riesce a sprizzare una forza da dieci a quindici volte il suo peso. Ha occhi con retina, cornea e cristallino. Occhi coi quali si guarda intorno come un gatto ma girati di 90 gradi, simili ai nostri ma tanto aperti dato l’ambientino ostile in cui vive, anzi meglio dei nostri perché il suo nervo ottico è esterno e senza angoli ciechi come noi. Polpo capace di svitare il tappo di un barattolo come neanche un bambino sa. E alcune specie emettono un potente veleno come i serpenti ma evidentemente non sufficiente a sfuggire a quella vil razza dannata degli umani, sensibili come un lampione e voraci come betoniere.

 Vive, il polpo, uno o due anni. Ed è un peccato, visto il formidabile curriculum. Tale che uno studioso (l’inglese Godfrey-Smith) ha scritto su di lui un libro dal grande successo in Gran Bretagna e ora pubblicato in Italia (Adelphi editore). E chissà se potrà essere consolato, il polpo, dall’essere considerato da noi una sorta di Maestà, sua Maestà il Polpo. Al quale fare la festa, mica stendergli un tappeto rosso. Qualcosa, bisogna però dirlo, a un passo dalla bellezza assoluta. Andando per mercati del pesce pugliesi, lo vediamo raccolto come un cucciolo, un batuffolo delizioso, il <polpitiello> dei baresi. E cullato come un bambino in una cesta, la ninna nanna del polpo.

 Eppure, eppure si stenterebbe a credere che quella creatura accarezzata con gli occhi come una fanciulla di primavera, quella tenerezza da succhiare come un fior di latte, sia il risultato di un calvario da film dell’orrore. Perché il polpo ha anche l’intelligenza di essere tanto pieno di nervi, tanto intricato di filamenti, tanto protetto di membrane da risultare indigesto al predatore se non ne spezzassero la resistenza con un trattamento da violazione di ogni diritto animale. L’operazione <sbattimento> del polpo è di una ferocia barbarica, di una brutalità primordiale, di una furia belluina, di una violenza inaudita. Una terapia da schiantare un elefante. Unico modo di ammorbidirlo e renderlo commestibile. E della mazza del polpo, ne vogliamo parlare? Nulla di più apocalittico, colpi da King Kong. Un martirio. E quando non geme più sangue e sudore, fatto strisciare e ondeggiare sullo stesso Golgota per la <sbavatura>, ultima posta della Via Crucis.

 SENZA PIETA’ Allora il polpo comincia a diventare polpo. Allora, adagiato nel lettino di vimini, alla danza sussultoria e ondulatoria i tentacoli stremati si arricciano come buccoli di un cherubino. Il momento del sospirato peccato di gola è arrivato. Il polpo è lì, adorato come una divinità e spasimato come una malafemmina. Il polpo è lì, pronto a essere gustato, assaporato, morsicato, sfiorato, titillato come un’amante in un amplesso che non conosce tempi né sosta. Il polpo è lì, pronto a sciogliersi in bocca come una crema. E se quel carnefice del pescatore ne aveva praticato l’olocausto per piegarne la selvaggia riottosità, l’insensibile umanoide se lo fa scivolare in bocca con la rosseggiante attesa di due labbra allupate.

 Chissà se sapere che meraviglia del creato sia il polpo, che monumento del mistero dell’universo rappresenti, possa muovere a pietà chi lo tratta solo come una sacrificale delizia gastronomica. Polpo oggetto di una eucarestia laica come una comunione, quanto di uno stupro per la libidine della gola. Non ci sarà inferno sufficiente per contenere i peccatori che non capiscono la tua grandezza, caro inimitabile inarrivabile polpo. Non perdonare loro che non sanno ciò che fanno.