Scene di lotta di classe nella terra dei briganti

Mercoledì 7 novembre 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Fu terra di briganti, la Basilicata. Da Carmine Crocco detto Donatelli a Giuseppe Nicola Summa detto Ninco Nanco, da Vito Rocco Chirichigno detto Coppolone a Giuseppe Caruso. <E questo stesso nome di brigante,/ che fu già tanto tristo e abietto,/ noi lo facciamo amare dalle anime gentili/ e lo renderemo glorioso>, scrisse un anonimo in <I Napolitani al cospetto delle nazioni civili> (1861). Glorioso chissà, ma di sicuro molesto per chi non vuole convincersi che fanno parte della nostra storia, e nostra non solo meridionale. E che la storia, se la metti sotto il tappeto, ti rispunta da altre parti. Nonostante gli sforzi di storici a una dimensione incapaci di andare oltre i dogmi dei vincitori sul modo in cui nacque l’Italia. E francamente, chi glielo fa fare di capire i vinti?

 C’è stata la lettura liberale-crociana che nel brigantaggio ha visto solo delinquenza. C’è stata la lettura marxista-gramsciana che ha spiegato il brigantaggio con la lotta di classe dei contadini. C’è stata la lettura legittimista che ha proposto il brigantaggio come resistenza alla caduta dei Borbone e come lotta all’oppressione. Tutt’altro che contrapposizione fra loro, essendo stato il brigantaggio un po’ di tutto. Certo, era la terra mai ottenuta il sogno nell’amara e biblica Basilicata del <Cristo si è fermato a Eboli> dell’esiliato Carlo Levi. Quell’eterna promessa di darla a chi la lavorava che spinse molti giovani meridionali ad arruolarsi fra i <descamisados> di Garibaldi. Disilludendoli quando le terre furono vendute ai ricchi <galantuomini> che gliela sottrassero. E così i poveri braccianti divennero prima briganti poi emigranti.

 Dovettero aspettare un secolo, quei miserabili, perché il sogno si realizzasse. Col paradosso che, quando per la prima volta la terra la hanno avuta, hanno dovuto lasciarla. Una maledizione che sembrava accanirsi sulla loro povertà. Facciamoci un giro per le campagne del Metapontino interno. E’ tutta una infilata di case abbandonate. Sono le case di quella rivoluzione epocale che per il Mezzogiorno fu la Riforma fondiaria. Perché la rivoluzione prima gli fece dire che <ci trovammo bene nel futuro>. Ma poi finì al <domani che non arriva mai>. Nel mezzo, nonostante tutto, anni formidabili mai vissuti prima pur tra speranza e delusione.

 La Riforma fondiaria nell’immediato dopoguerra fu un cambiamento mai vissuto prima benché abbia lasciato molto come prima. Cosicché protagonisti della narrazione sono sia contadini strappati all’analfabetismo che contadini non strappati a un’altra emigrazione. Sia contadini diventati piccoli imprenditori agricoli, sia contadini convertiti in usceri, o bidelli, o portantini, l’economia della sussistenza in mancanza d’altro. La narrazione parla sia di un formidabile balzo culturale e sociale in avanti, sia della formidabile ultima sconfitta di una civiltà antica. Ché tutto questo fu quella Riforma. Economia, e antropologia, e psicologia, e storia, e vite vissute di un balzo in avanti che poi scivolò all’indietro.

 Fu stagione di mutazioni e contraddizioni che hanno segnato nel bene e nel male la Basilicata come il Sud intero. Sappiamo perché la grande speranza nella terra fu in parte tradita. Se spezzare il latifondo era la buona novella, le intenzioni dovettero fare i conti con le costrizioni. Laddove il frazionamento di quel latifondo per soddisfare più richieste finì per essere tanto estremo da non accontentare nessuno. Troppo piccoli quei fondi perché dessero da vivere ai contadini e alle loro famiglie. Troppo a lungo abbandonati e disanimati per prestarsi a colture intensive e promiscue. Troppo mediocre la loro qualità perché fossero un modello di produttività. Troppo separate e lontane le particelle di terreno per assicurarne la cura puntuale. Troppo arduo ottenere credito per l’acquisto di mezzi meccanici. Troppo scarsa l’irrigazione. Il risultato fu una sopravvivenza che, più che profitti, produsse usura. E più che popolamento, produsse spopolamento. Fra successi e insuccessi. Fra lotte contadine e occupazioni di terre. Fra <appoderamento> di masse nelle città che spesso sembrarono esodi. E la nuova emigrazione che quasi sempre sembrò deportazione.

 Fu allora che morì la civiltà contadina senza che in Basilicata e al Sud fosse sostituita da una sufficiente civiltà industriale. Il contadino e il suo modo di vivere furono travolti dalla corsa al consumismo drogato dalla pubblicità e dalla televisione. In Puglia chiamarono metal-mezzadri gli ex contadini reclutati dalla grande acciaieria di Taranto ma che, finito il turno fra le ciminiere, passavano a curare quel loro pezzetto di terra ultimo relitto della Riforma. E avvenne anche che il contadino fosse ridotto al folclore di chi vende le <uove fresche> e le verdure genuine ai margini delle città. Il contadino dovette quasi nascondersi come un clandestino in un mondo che non riusciva a capire tanto quanto il mondo non capiva lui. Il contadino lasciò il mondo nel quale era piantato per affrontare quello nel quale era spiantato. La frattura.

Eppure, eppure. Dove non potè la terra, potè l’istruzione. Fu la rivoluzione dei cafoni alla scuola e non all’inferno come li vide un accorato Tommaso Fiore. Un Decennio che contro l’ignoranza e la superstizione fece quanto mai fatto nei novant’anni precedenti di Italia unita anzi disunita. Un ambizioso progetto di Riforma fondiaria che fu anche un progetto culturale ed educativo mentre il maestro Manzi in tv assicurava che <non è mai troppo tardi>.

 La semina non è stata sterile se, secondo la Svimez, nell’agricoltura del Mezzogiorno sono cresciuti occupazione, valore aggiunto, esportazioni e investimenti. In particolare è aumentata l’occupazione giovanile (un più 12,9 per cento, superiore alla media nazionale). Noi che sappiamo quanti giovani continuano a lasciare il Sud. Ed è aumentata addirittura l’imprenditoria giovanile, quasi 20mila imprese in più al Sud. E se per la prima volta dopo molti anni il Pil (ricchezza prodotta) è cresciuto al Sud più che nel resto del Paese, lo si deve anche all’agricoltura. E con forme di innovazione tecnologica spesso raffinate.

 Insomma il nuovo Mezzogiorno è anche agricolo. Il futuro è la nostra terra. Forse i briganti di Basilicata hanno finalmente avuto giustizia.