Noi al ristorante specchio d’Italia

Sabato 1 dicembre 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Datemi un ristorante, e vi descriverò l’Italia. Siamo tutti indignati per le parolacce di politici che ai tempi della Democrazia Cristiana non avrebbero fatto neanche gli scaricatori di porto. E ogni cinque minuti ci chiediamo <dove andremo a finire> quando nel traffico cittadino basta essere sorpassati per impugnare il crick. Non ne parliamo degli ammazzamenti condominiali per una spazzatura fuori posto o per un cane che abbaia, che cioè fa il cane. E giustamente andiamo col giubbotto antiproiettile in scuole i cui studenti per combattere la noia prendono a sediate la professoressa. Fino al punto che una ricerca internazionale li ha eletti i più maleducati del mondo, 33mo posto su 35 nazioni analizzate. Facciamo un tifo da Curva Sud quando in tv i gentili invitati al dibattito sono convinti di stare al mercato del pesce. E quanto a villanìa, ci proclamiamo innocenti dando ragione al saggio Ennio Flaiano: gli italiani? Sono sempre gli altri.

 FESTIVAL DEL CAFONE Finché non entriamo appunto in un ristorante. Dove con tutto il rispetto per i signori clienti che hanno sempre ragione, ma li hanno catalogati in base al loro comportamento non esattamente da <signori si nasce>. In linea con quell’Italia sempre più <repubblica fondata sulla cafonaggine> che abbiamo solo tratteggiato finora. Il pericolo pubblico numero uno è il cliente che, come di certo non si dice a Oxford, fa il bidone. Cioè prenota e non si presenta. E che non risponde se lo chiamano al cellulare, altrimenti che bidone sarebbe. Oggi si parla di <no show>, tavolo vuoto che a chi lo dai più? Né è a minore rischio di strangolamento il cliente che disdice qualche minuto prima. O, come si fa oggi che la voce è abolita, manda un WhatsApp: <Spiacente. Imprevisto. Non verrò>. Senza neanche scuse considerate un pregiudizio borghese.

 Solo appena staccato al secondo posto della lista nera è il cliente per il quale l’orario conta meno del quattro di spada alla briscola. O perché l’appuntamento è alle 21 e si presenta con tutta la compagnia alle 21,30 perché non trovava parcheggio (e poi magari si lamenta, quanto dobbiamo aspettare per questo primo piatto?). O perché era nei paraggi alle 20, è un problema se ci accomodiamo? Ma no, figuriamoci, cosa vuole che sia con la cucina appena aperta e il signor masterchef che minaccia di fargli la pasta cruda. Se è vero che in tutta la loro storia gli svizzeri hanno solo inventato il cucù, perlomeno non considerano l’orario un’opinione.

 Neanche i numeri erano un’opinione per gli arabi dai quali vengono. Perché l’altro cliente meno amato di una scossa di terremoto è quello che ha prenotato per quattro e si presenta in otto, sa, si sono aggiunti questi nostri amici. E che dice <ci stringiamo> con la stessa disinvoltura con la quale assicura che non verrà più in questo posto in cui si sta uno addosso all’altro. Senza nessuna riconoscenza per uno spostamento collettivo di tavoli che avrebbe fatto saltare i nervi anche a una madre Teresa di Calcutta. Cliente più molesto o meno molesto di quello che non sta bene neanche se chiamano Renzo Piano a ridisegnare il ristorante solo per lui. Non al centro ma neanche addossato alla finestra perché c’è lo spiffero ma neanche troppo vicino alla cucina perché arrivano le puzze ma neanche vicino alla porta perché la aprono sempre. La prossima volta ci avvisa in tempo e le facciamo trovare una cupola come quella che metteranno su Marte per gli astronauti.

 LINGUINE AGLI SCAMPI Poi c’è il cliente per il quale è ancora meno che un’opinione il menu. Ma scusi, se le verdure grigliate prevedono zucchine e melanzane, perché lei ci vuole togliere le melanzane e sostituirle coi peperoni? Perché chiede le patatine fritte per la bambina che prende un pianto se non le trova ma noi non le prevediamo perché non siamo un McDonald’s? Perché vuole la curcuma sapendo che sulla carta non c’è scritta neanche se la va a cercare col microscopio? Perché vuole le linguine agli scampi ma senza scampi perché lei è vegano? E perché dice gentilmente che in questo ristorante non c’è mai niente se il menu somiglia a un elenco telefonico? E perché al momento dell’ordinazione ha sempre da fare chiacchiere coi suoi amici? E poi se in quel caos invece del parmigiano finisce che le mettiamo il formaggio romano ci dice, scusi in che lingua dobbiamo parlare?

 Dopo una seratina del genere, l’istigazione finale all’omicidio è il conto. Col cliente supercafone che ti contesta punto per punto ogni portata, guardi che le porzioni erano da corsia di ospedale. O che ti tiene bloccato mezzora (faccia lei) se gli amici della compagnia vogliono pagare  esattamente per ciò che hanno mangiato, non un tarallino in più. O che hanno tutti pezzi da 50 euro e non possiamo stare qui tutta la notte. Datemi un ristorante, e vi descriverò l’Italia. Dateci questa Italia, e capiremo perché siamo finiti a questo punto.