Giovani del Sud , bomba ad orologeria

Sabato 6 Agosto 2011

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

Behir è un giovane laureato dal nome iracheno ma che parla baresaccio peggio di un barese. La verità è che è nato proprio a Bari, figlio di un immigrato: un nuovo italiano e un nuovo barese. Basta andare nelle scuole per capire quanto sia cambiato il mondo: volti di bambini stranieri eppur figli della nostra terra quanto gli altri. Solo Bossi e i suoi rancorosi leghisti hanno il provolone negli occhi. Ma come altri ragazzi del Sud, Behir rischia di condividerne il destino. È laureato in fisica, soprattutto è un genio del computer. Insomma un emblema del futuro, di quelli che altrove inventano Facebook. Soprattutto è ciò che serve al Sud. E che sia bravissimo tutti lo riconoscono, ma la situazione è quella che è. Un contratto a tre mesi, poi altri tre mesi. Dopo di che, arrivederci e grazie (se pure), non possiamo impegnarci. Magari possono impegnarsi con un altro Behir sempre di tre mesi in tre mesi, assumere no, è più comodo così e poi come si fa a sapere cosa succede domani? Così Behir è un precario, uno al quale la nostra società sta rubando la vita. 

Perché, come tutti i precari, egli non può decidere nulla per se stesso: una casa, una famiglia, figli. Prima o poi prenderà un treno per il Nord in cerca di fortuna, la lacerante litania di un Sud prima brigante poi emigrante. I sudisti hanno dovuto sempre andarsene perché al Sud non c’è mai stato da vivere per tutti. Fra gli «indignados» di tutta Europa, la generazione esclusa che grida rabbia in piazza annunciando un nuovo più cupo ’68 di sopravvivenza, i terroni dovrebbero esserlo da 150 anni. Invece il male oscuro del fatalismo li ha sempre condannati più alla partenza che alla lotta. Quel «pazienza, pazienza» che una madre contadina scriveva alla figlia salpata col bastimento per Lamerica e la figlia gli rispondeva irata: mamma, l’hai scritto 32 volte. 

Anzi ora ci sono i ragazzi «né né», quelli che non studiano, non lavorano, addirittura un lavoro non lo cercano più. O forse lo cercano e ce l’hanno, ma a tre mesi, e non devono nemmeno dirlo altrimenti perdono pure quello. Così l’economia ha cifre migliori e sommerse che non appaiono, questi ragazzi possono consentirsi la pizza e il mojito, ma rischiano di essere ragazzi a vita. Il Sud consumatore (di roba altrui) ma mai produttore. 

Sono due su tre i giovani meridionali disoccupati, una emergenza sociale, una bomba ad orologeria. Perché ora anche al Nord annaspano, bontà loro, e pare che vogliano tenersi i lavori che prima non volevano fare, a cominciare dagli insegnanti con la miseria di 1.200 euro al mese. E inscenano l’ennesima rivolta dei ricchi, spalleggiati dall’ennesimo Bossi dal linguaggio di cantina. Questi giovani non sono neanche come i loro nonni o padri dalle valigie di cartone, hanno tutti il pezzo di carta, il titolo di studio, gli dicevamo di studiare altrimenti farai l’operaio. Per smentire l’«ascensore sociale» secondo cui il figlio dell’operaio non potrà mai fare l’ingegnere. E il giorno della tesi di laurea quell’aula magna era una antropologia del Sud che cerca un destino diverso, da un lato i parenti mezzi cafoni col vestito buono, dall’altro i loro figli con la grinta di chi vuol dimostrare qualcosa. E i festeggiamenti con gli amici casinisti, prima di rimanere soli a inviare curriculum su curriculum. 

Sono senza lavoro oggi il 30 per cento dei laureati meridionali. E allora se ne vanno ancòra in 80 mila all’anno dal Sud, la pasoliniana «meglio gioventù» che impoverisce il Sud delle sue più fresche energie, il Sud sempre a corto di classe dirigente. Ma di quale classe dirigente parliamo se quelli che potrebbero esserlo vanno ad arricchire di se stessi gli altri? Quando i loro trolley scorrono verso le stazioni ferroviarie, come si fa, in pieno Duemila, a smentire la vecchia sentenza di un Sud in cui i vecchi muoiono, i giovani vanno via, i bambini non nascono? Anche il Sud è fatto soprattutto di paesini: che si spopolano. Fino al punto che in Calabria è nato il movimento «Io resto in Calabria», un atto di ferrea volontà sempre a rischio di restare un atto di fede. 

Tutto questo senza contare, anche se chi non dovrebbe se ne dimentica spesso, che un Paese che cresce a meno dell’uno per cento l’anno, e che non può andare oltre se continua così, ha al Sud il segreto di Pulcinella per crescere di più. Ed evitarsi in parte le cure «lacrime e sangue» che impongono tagli tanto più feroci quanto più non aumentano le entrate. Invece i giovani del Sud sono coperti di lodi, li si definisce risorse preziose, ma nulla si fa per evitare che continuino a partire. Nel vergognoso spettacolo quotidiano di una politica più impegnata nei suoi illeciti arricchimenti che nel lecito benessere del Paese. E senza parlare dei politici del Sud, quelli sempre accusati di non aver reagito o, peggio, di aver assecondato. Neanche del ’68 furono capite le avvisaglie: ed esplose abbattendo tutto.

Da  " La Gazzetta del Mezzogiorno "   del  6 agosto   2011