Muore il Totocalcio un’idea del mondo

Sabato 29 dicembre 2018 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

No, non era soltanto una schedina. Era tutto un mondo. Uno stile di vita. Era un romanzo popolare e l’eterna caccia a un domani diverso. Era l’ultima nostra infanzia. Ora che l’1-x-2 scompare, si uccide un uomo morto, come nel 1530 fu tal Maramaldo ad affondare la spada nel Francesco Ferrucci già agonizzante. Perché quella schedina la giocavano ormai solo in 38 mila a settimana, una Waterloo di fronte ai milioni di una volta. E il monte premi che faceva sognare più di Sofia Loren era sceso a miserabili 200 mila euro l’anno, dai 34 miliardi di lire che furono. Roba, diciamocelo, da morti di fame.

 CACCIA AL <13> L’annuncio ferale della morte del Totocalcio è contenuto nell’ultima manovra finanziaria del governo. Però dire che il Totocalcio è abolito sarebbe stato troppo banale per quell’ufficio complicazioni cose semplici che è la politica italiana. Si è dovuto capirlo laddove si scrive che è in programma <una ristrutturazione della ripartizione della posta in gioco che favorisca l’interesse dei giocatori>: ciò che fa capire perché incontrare oggi qualcuno che dà di matto è più frequente di una gelata d’inverno. Però assicuriamo che vuol dire Totocalcio addio.

 Laddove il <c’era una volta> partì che correva l’anno 1946, col nome Sisal e 12 risultati da indovinare. Diventarono 13 col campionato 1950-51. Ma avvenne allora qualcosa di molto più epico e biblico e storico di un banale risultato in più: nacque allora quel <fare tredici> che è stata la speranza di una generazione. Il suo primo comandamento. Il sogno di una svolta di quelle che ti cambiava tutto. La Liberazione e il <vi mando tutti a quel Paese>. L’ingenuo miraggio della ricchezza quando si era ancòra tutti mezzi poveri. Tra Festival di Sanremo, Miss Italia e quel miracolo economico che ci avrebbe reso meno poveri ma non tanto da non farci passare ogni settimana dal tabaccaio per un Rito che era una professione di fede: giocare la schedina.

 Ma quella schedina non era una solitaria individuale scommessa come adesso. Non era il gelo del tuo rapporto con un computer senza una voce attorno. Attorno alla schedina si formava una comunità. La schedina con i colleghi d’ufficio. L’appuntamento alla ricevitoria. La nascita dei Bar dello Sport dove si creava la democrazia perfetta ché neanche gli antichi greci. L’operaio valeva quanto il professore, la competenza calcistica poteva annidarsi senza il bisogno di una laurea. Era un tipo diverso di scienza. Era un appuntamento di popolo, non come ora che di popolo si riempiono la bocca tanto più quanto lo fregano.

 SCOMMESSE OGNI MINUTO E c’erano i tipi da 1-x-2. Il Cauto Moderato che non osava mai oltre i risultati prevedibili, si sarebbe accontentato di una vincita sufficiente a comprarsi la macchina. Il Potenziale Suicida se faceva 11 e per il resto dei suoi giorni aveva l’espressione di uno con le scarpe troppo strette. Quello dei Sistemoni con la partecipazione di interi quartieri. Ma anche il tipo <O La Va O La Spacca> che puntava sulle sorprese, come mettere oggi una sconfitta della Juventus. Ma se imbroccava spariva immediatamente dalla circolazione per non rischiare di fare da bancomat per tutto il paese. E non si comprava neanche l’Alfa per non dare nell’occhio. Era il tempo di Ameri e Ciotti. E del transistor all’orecchio. Soprattutto era il tempo della domenica pomeriggio. Il momento collettivo che unificava la nazione molto più di quanto ritenne di aver fatto Garibaldi.

 Era il tempo immobile delle certezze manco fosse una chiesa, tra religione e magia. Ma forse il Totocalcio aveva il destino incorporato, visto che il primo super-vincitore fu un certo Pietro Aleotti. Nel 1947 beccò un 12 da 64 milioni di allora, che al rapporto odierno avrebbero messo a posto il bilancio dello Stato. Ma soprattutto il signor Aleotti faceva l’artigiano del legno, mestiere degnissimo se non fosse che per lui significava costruire bare. Iettatura da non fare neanche il solletico di fronte a cataclismi odierni cui il Totocalcio non avrebbe potuto resistere manco se fosse stato padre Pio.

 Viviamo il tempo delle telecamere personalizzate per ogni calciatore. Il tempo della mano davanti alla bocca per non farsi tradurre il labiale. Il tempo del <non ha tirato col suo piede>. Il tempo di una sciagura planetaria come un commento tecnico di Daniele Adani. Il tempo dei tatuaggi e del possesso palla più noioso di un monaco trappista. Il tempo del razzismo da stadio. Il tempo in cui si può puntare ogni minuto anche su un gol fatto di sinistro o di destro. Soprattutto il tempo della Morte della Domenica con le partite sbrindellate dal venerdì al martedì successivo perché così vuole la tv senza la quale il calcio muore. Il tempo liquido del tutto incerto e del tutto scorre. Il tempo in cui non tramonta solo il Totocalcio, ma anche quel <sabato del villaggio>, quell’attesa di felicità incarnata nell’1-x-2.