Non sei tatuato ? Non sei nessuno

Sabato 13 Agosto 2011 ’ Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Un tempo, quando si vedeva qualcuno tatuato, si diceva: è un galeotto. Se si tatuavano i carcerati (specie con spettacolose donne nude come i calendari dei camionisti), significava che il tatuaggio era qualcosa, come si dice, di malamente. Mitici i mercenari, specie quelli della infamatissima Legione Straniera francese. Ora se non sei tatuato non sei figo (o figa). Ovvio che sia l’estate la stagione giusta: con tutta quella pelle di fuori, le nostre strade sono una galleria d’arte a cielo aperto, è come se vedessi quadri itineranti, e senza pagare il biglietto. Meglio ancòra le spiagge: finalmente un po’ di cultura fra tutte quelle pance, tette, culi.
 IL CORPO COME UN QUADRO L’altra stagione propizia è quella televisiva del calcio. Non c’è centrale o esterno basso che non esibisca la sue braccia o i suoi polpacci decorati, anzi è una conquista democratica: tutti uguali, schiappe e campioni. Magari più le schiappe, perché, ad esempio, non è mai parso che un campione come Pirlo sia granché disegnato, lui gli arabeschi li fa sul terreno. Ma se non sei tatuato, puoi sembrare una mammoletta, non far paura all’avversario. Anzi, siccome l’avversario lo sa, si tatua più di lui. E si tatuano i fan della Curva Nord.
 Ma anche quando è cominciata l’Era Tatuata, era più un disegnino identificativo, uno si faceva tatuare una rosa, o una lucertolina, o il suo nome. Come un marchio, insomma, legato a un ricordo, a una stagione, a una passione. Un secondo nome, Fabio è quello della coccinella, Alessandra quella della sirena. Poi le cose hanno cominciato ad andare sulla concorrenza, siccome Fabio insieme alla coccinella si marchiava un teschietto, tanto per gradire, Alessandra si piazzava la sua data di nascita. Con epidemia nel branco non solo degli amici: cominciava allora l’Era Tatuata Pesante.
 Così l’epidermide, più che una epidermide, è diventata una tavolozza. Dal disegnino si è passati, come si dice, alla mano di colore. Col risultato che, più che un tatuaggio d’élite, si è avuto il tatuaggio di massa. Ma di massa non solo perché se lo fanno tutti, ma perché le incisioni sulla viva carne sono talmente fitte che, senza un occhio 3 D, non si capisce un tubo: una via lattea informe in cui la svastica, l’aquila, la parolaccia in giapponese, la squadra del cuore sono un tutt’uno che dà più di sporco che di virtuoso, più di pasticciato che di ispirato.
 Sono tatuato, dunque sono. Al riparo dalla sindrome da esclusione sociale, non mi vorrà venire una depressione. Il non tatuato è uno strano, quasi pericoloso, comunque non “in”. E poco conta che non si colga più il valore dell’opera d’arte che si ha addosso. Non è da oggi che non si sa cosa voglia dire l’arte moderna, bisognerebbe capire le intenzioni dell’artista, cosa voleva dire lui: ma si fa finta di niente per non passare per ignoranti, anche perché spesso cosa voleva dire non lo sa neanche l’artista.
 TRIONFO DELLA BRUTTEZZA Per i maschietti, il tatuaggio va accessoriato con la testa rasata. Possibilmente occhialoni neri e aria truce. Rasato, tatuato e truce è perfetto, davvero uno così si sente. Per le femminucce, tutto ciò che mortifica la grazia della femminilità, basta con queste svenevolezze. Diciamo una nuova forma di Bellezza ai limiti della Bruttezza, in linea con tempi in cui la Bruttezza è la parola d’ordine nel linguaggio, nei gesti, nei comportamenti, nei gusti, nei sentimenti, nella vita quotidiana. E una forma di risposta alla precarietà che ci angustia ovunque, una volta che uno e una si sono tatuati, saranno così per sempre, a tempo indeterminato, altro che tutte queste cose a termine di oggi.
 Così è un colpo anche alla moda che ci vorrebbe rifare ogni anno, in parole povere farci passare da un tipo di jeans a un altro, altrimenti che Bruttezza sarebbe. Dopo quelli col cavallo che arriva alle ginocchia e tutti stracciati, pare che stiano già pensando a quelli senza cavallo e con l’apertura fra le gambe come i pagliaccetti di una volta, o a quelli a soffietto come i cavallerizzi, o tipo gonnellino scozzese. E quanto a rifarsi, uno poi non sta a formalizzarsi e i nuovi jeans se li prende, ma ciò che va davvero rifatto sono nasi, palpebre, glutei, fianchi. Per la serie, insieme al tatuaggio, non farsi riconoscere più, essere sempre una sorpresa.
 Oggi il conformismo è scritto sulla pelle e sulle cartilagini. E se ti ostini a rimanere sempre quello che eri, sei un reazionario. Anzi, diciamola tutta: uno che continua a pensare con la sua testa.                 

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