I Michelangelo del Sud

Gazzetta del Mezzogiorno Sabato 3 Settembre 2011

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La ricordiamo la “Vergogna nazionale”, la tremenda sentenza pronunciata dal presidente del Consiglio, De Gasperi, davanti ai Sassi di Matera? Era il 1948. E sotto sotto, vergognoso non era tanto lo Stato che continuava a far vivere 30 mila persone come topi, ma quelle 30 mila persone. Per non farla lunga, che quei 30 mila meridionali fossero ancòra una volta meridionali, la colpa più grave.

Poi, 45 anni dopo, i Sassi sono stati considerati addirittura Patrimonio dell’Umanità dall’Onu, bella rivincita. Un bene mondiale unico e irripetibile. Ma il danno era comunque fatto: ciò che contava era il pregiudizio verso il Sud. La maledizione di averlo in Italia. Come i sabaudi di 150 anni fa, che consideravano Africa il Sud senza esserci mai stati. 

C’è voluta la cultura internazionale per capire che le abitazioni scavate nella roccia erano un esempio mirabile di genio della povertà dei presunti topi. Erano il frutto di una capacità di adattamento all’ambiente con pochi pari nella storia. Ma che aveva in Puglia già sorprendenti esempi nella civiltà rupestre, il vivere in grotta per sfuggire alle guerre, per misticismo, per penuria di materiale da costruzione. Una lunga epopea, ovviamente meritevole di maggiore studio e considerazione. 

Un’altra estate di turismo sciamante in Puglia ripropone la sindrome dei Sassi: povertà o ricchezza? Turisti, soprattutto nordici e stranieri, incantati nei centri storici della regione. Perduti nel risuonare dei passi dei vicoletti, delle stradine, delle piccole corti che si accendono all’improvviso. Stupefatti come bambini davanti alle struggenti edicole della religiosità popolare, fra i civettuoli balconcini fioriti, fra il profumo dei forni, la tenerezza delle insegne. E turisti straniti di fronte agli ultimi scampoli di mondo contadino, i vecchi davanti alle porte, spesso le donne di spalle alla via per pudore. Una civiltà del vicinato che non faceva mai mancare un conforto e uno sguardo, quegli sguardi ormai preclusi nelle anonime città inaridite dalla fretta. Guardare in faccia significa riconoscere e sentir riconosciuta una umanità. Siamo, ci siamo.

E però, parliamoci chiaro, senza la promozione che trasforma tutto in oro (sua maestà il Marketing), anche questa ricchezza rischia sempre di essere roba da spocchiose puntate serali nel folklore e sùbito indietro nei 5 stelle superlusso. E anche quell’intrico urbanistico spontaneo di piccoli budelli, di case sostenute l’una dall’altra, di scalette, di bassi e di inaspettate terrazze, di muri bianchi per igiene e frescura, di portoncini, quegli arabeschi di percorsi, quella circolarità che spezza i venti continuano a essere considerati una minorità dei piccoli centri meridionali. Il solito Mezzogiorno, quello da due settimane al mare tutto compreso, compresi i resistenti pregiudizi sulla sua serie B. 

Cosa volete, si è detto finora nella colpevolizzazione e nell’autocolpevolizzazione del Sud terrone, cosa volete che siano Ostuni, Cisternino, Ceglie Messapica, Martina, Vieste, Mattinata, Otranto, Gallipoli, Grottaglie, Ginosa di fronte alla magnificenza di certi borghi toscani? Il Sud dei campanili che sanno di terra, quelli senza altisonanti nomi di fronte ai grandi palazzi, alle grandi chiese, alle grandi opere d’arte frutto della grande committenza nobiliare o no, cioè dei grandi capitali e dei grandi mecenati. Il Sud dei perdenti della storia di fronte alla protervia dei vincenti, il Sud di qualche raffazzonato dépliant assessorile di fronte al Nord dei libri d’arte, il Sud di qualche artista naif di fronte al Nord dei più osannati artisti di ogni tempo. E le masserie, le vogliamo considerare ancòra curate case di campagna o non piuttosto monumenti senza se e senza ma? 

C’è anche questa dis-unità d’Italia dei borghi figli e figliastri nell’impagabile presunta Italia unita degli ottomila Comuni. Perché, come i Sassi hanno avuto bisogno di occhi meno faziosi per capire che sortilegio di creatività siano, per capire come la nuda pietra possa diventare architettura, così i centri storici meridionali hanno bisogno della giustizia e della onestà delle università e delle accademie per capire che la bellezza non si annida solo dove c’è ricchezza. Tanto per capirci, i trulli: se sono così ricercati, se si reggono da secoli in un prodigioso equilibrio al pari delle più celebrate cupole, perché non considerare dei Michelangelo anche i loro costruttori?

Da la  " Gazzetta    del   Mezzogiorno   "     Sabato  3 Settembre  2011