Nuova Italia coi confini e il muro fra Nord e Sud

Venerd́ 1 marzo 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Non ci illudiamo: non è affatto rinviato il tentativo di creare una nuova Italia ai danni del Sud. Quello che vuole dividere il Paese in due zone con i posti di frontiera e un Muro in mezzo contro le contaminazioni. Da un parte l’Italia dei ricchi che sarà sempre più ricca. Dall’altra una Italia dei poveri che sarà sempre più povera. Era stato il premier Conte ad accennare a un tempo necessario. Immediatamente smentito dal suo vice Salvini: fare tutto prima delle elezioni europee. Non rinviato benché sia avvenuto qualcosa che pochi si aspettavano: la reazione del Sud. Anzi forse proprio per quella. Non ci fosse stata, e imprevista per lo stesso Sud, l’Italia sarebbe già bella e sfasciata senza accorgersene. Tutto concordato in una commissione semi-clandestina, nella quale dare al Nord non solo una maggiore autonomia, che non è un peccato. Ma il diritto di trattenere le tasse da versare allo Stato. Non per bisogno, ma perché più ricco.

 E si sbaglia chi crede che fosse solo una subdola trama eversiva della Lega, mai dimentica dei suoi sogni di secessione padana anche ora che non si chiama più Lega Nord. Immediata l’adesione dei consiglieri regionali del Pd di Veneto, Lombardia ed Emilia: di fronte agli interessi del Nord, non c’è divisione ideologica che tenga. Senza che il Pd, tantomeno quello del Sud, abbia eccepito nulla. E iniziale intesa conclusa addirittura col governo Gentiloni quattro giorni prima che morisse. Un piccolo complotto degno di un romanzo alla Dan Brown.

  Per sviare i sospetti in questi giorni di montante protesta al Sud, in gran fretta nel sito del dipartimento per gli Affari regionali è stato cancellato dalle bozze dell’intesa il riferimento al cosiddetto <residuo fiscale>. Sono appunto i nove decimi delle tasse che anzitutto il Veneto vuole spendere per sé. Siamo più ricchi, e abbiamo il diritto di tenerceli. Scusi, non sarebbe più naturale il contrario? Ma che non abbiano nessun ripensamento sul progetto, è stata la ministra Stefani a dirlo chiaro e tondo sul suo profilo social (con tanto di bandiera indipendentista di San Marco): <Il percorso è ormai tracciato e non si può tornare indietro>. Non aggiungendo che chi si oppone è un <cialtrone>, come aveva cortesemente detto il governatore lombardo Fontana. Ma tant’è.

 A voler ricapitolare la trappola, tanto di cappello. Dunque, trattandosi di un accordo fra Stato e Regioni, il Parlamento si stia al posto suo. Può approvare o no, ma senza discussione (e il governo ha la maggioranza che serve). Quindi si rifà l’Italia escludendo obiezioni degli italiani, grazie alla riforma costituzionale varata nel 2001 da chi? Dal centrosinistra, ancòra. Quindi tutto confluisce nella sopradetta commissione paritetica con nove membri nominati dal Veneto e nove dalla ministra (veneta anch’ella). Affare loro senza interferenze.

 Per il primo anno le risorse a disposizione della Regione non cambiano, spesa storica. Esempio la scuola: lo Stato dà tanto quanto dava prima, solo che a darlo agli insegnanti è la Regione. Ma dura solo un anno. Dal secondo si calcolano i <fabbisogni standard>, quanto ti serve effettivamente per i servizi che da ora in poi ti accolli. Ciò che andrebbe bene anche per il Sud, che dal 2001 li attende insieme ai Lep (livelli essenziali delle prestazioni). Ma col codice rosso di vigilanza, visto come i Comuni del Sud sono stati danneggiati quando i fabbisogni sono stati calcolati per loro. Per le Regioni della nuova autonomia, c’è però una clausola di garanzia: non solo lo Stato ti dà la differenza se non ce la fai, ma tu ti trattieni i nove decimi delle tasse che gli dovresti passare anche se ce la fai. Diritto derivante dal fatto che sei una regione ricca, quindi meritevole in base a chissà quale investitura divina.

  Ovvio che ciò che trattieni per te, è sottratto al resto del Paese. Che non potrebbe più avere i servizi di prima (già al Sud al di sotto del minimo costituzionale). Ovvio che una sanità e una scuola del tutto regionali, siano la condanna a morte del Servizio sanitario nazionale e della scuola nazionale. E ovvio che, anche senza questa secessione causa ricchezza, non è che il Sud potrebbe stappare lo spumante. Un Sud al quale già ora lo Stato non riconosce neanche il 34 per cento della sua spesa, almeno tanto quanto è la percentuale della popolazione meridionale.

 Ma è un Sud segnato da una sentenza: non essendosi fatto nulla, e non essendoci nulla più da fare, tanto vale non farlo e abbandonarlo al suo destino. Quello di posto in cui si muore prima e si emigra sempre di più. Non è detto però che una situazione di difficoltà non possa essere una opportunità. E l’occasione per le regioni del Sud di mettersi insieme, di risvegliare una società civile già allertata. Che facciamo, governatori del Sud, ci muoviamo? Se non lo fate, il Sud non sarebbe una terra minore solo per legge. Ma per ignavia.