Troppi inizio della fine

Sabato 9 marzo 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Il supermercato dei <like> (<mi piace>). Sappiamo di che parliamo: il <like> è il tastino che spingiamo su Facebook per dire che gradiamo ciò che è stato scritto da qualcuno dei nostri amici. Anche se quello fa sapere che gli è morta la gatta: <mi piace>, nel senso che partecipo al tuo dolore felino. Uno pensa: è il giochino un po’ scemo dei cosiddetti <social> come appunto Facebook, luoghi frequentati da miliardi di umani senza che nessuno possa vedere o toccare l’altro. Virtuali, non concreti. Il fatto è che non c’è paragone fra la superficialità con la quale spingiamo o non spingiamo quel tastino e le conseguenze che può avere. Per quel tastino si può uscire di testa. Insomma può diventare una ossessione. Perché viviamo la <bottonizzazione delle emozioni>.

 TRAPPOLA DI FACEBOOK Un numero insufficiente di <like> può farci avere la faccia di uno che ha le scarpe troppo strette, o di uno che la sera prima ha mangiato seppie ripiene. Perché il <mi piace> è all’inizio una droga leggera. Ma poi man mano è una dipendenza come quella da fumo o da alcol, tenendo conto che c’è chi consulta o sfiora il proprio smartphone quasi tremila volte al giorno. Si entra in crisi di astinenza. Potendo essere, quel bottone, il tutt’altro che innocuo ma unico segno di riconoscimento che esistiamo per gli altri. Che valiamo qualcosa, che abbiamo il loro consenso, la loro approvazione, il loro applauso. Come una scarica di dopamina. Lo stesso effetto della cioccolata o di vincere al gioco.

 Siccome il tastino è più muto del calciatore Andrea Pirlo, al massimo si può aggiungere una faccina allegra o triste che dica qualcosa in più. Ma il rudimentale buono o cattivo, piacere o dispiacere è come il Gesù o Barabba davanti a Ponzio Pilato. Nessuna sfumatura in una dieta dolce o amara, prendere o lasciare. E senza neanche una possibilità di <dislike>, <non mi piace>, che almeno sarebbe un parlare più chiaro. Sono dieci anni che quel pollice su o giù ci riduce come un pulsante della luce, spento o acceso spegnendoci o accendendoci l’anima. Da quel febbraio del 2009 quando l’ingegnere Justin Rosenstein arricchì Facebook di qualcosa che somiglia molto ad avergli regalato il nostro cervello.

 Perché ormai lo sappiamo cosa ci possono fare con i nostri <like>. Ne bastano una decina per consentire al <Grande Fratello> che ci spia di prevedere come e dove li metteremo in futuro. Ne bastano una settantina per creare un nostro identikit col quale possono conoscerci meglio di quanto ci conoscano i nostri amici. Con 150 ne sanno di noi più di una fidanzata o un marito. E con 300 possono prevedere i nostri gusti e le nostre reazioni più di noi stessi. Il resto è automatico, avendoci fatto capire a iosa che il vero petrolio del futuro non sarà il petrolio ma saranno proprio i nostri dati.

 NELLE LORO MANI Venduti a chi sa che farsene, questi dati potranno metterci nelle loro mani. I <mi piace> che abbiamo seminato senza tanto pensarci hanno fatto capire quale tipo di auto preferiamo, cosa mangiamo, che vacanza sogniamo, dove vogliamo farcela la sera. Per bombardarci di pubblicità più precisa e mirata di un raggio laser. Più che maghi, sono dei ladri. Sapranno anche se siamo di destra o di sinistra, con annesso bombardamento politico. I 70 milioni di profili di cittadini americani rubati a Facebook sono serviti a Trump a decidere dove dire che non saranno fatti più entrare immigrati, dove dire che sarebbero state ridotte le tasse, dove dire che si sarebbero chiuse le porte ai prodotti cinesi, dove fare un tipo di comizio e dove un altro. Ci andava a scatola chiusa, dicendo a ciascuno ciò che ciascuno voleva sentirsi dire.

 Indoviniamo il passo successivo? Se i nostri <mi piace> hanno un valore commerciale, vuoi che non li falsifichino come una borsa Vuitton? Società di falsari creano su Facebook indirizzi intestati a persone inesistenti. Queste persone inesistenti generano <like> che sono venduti ad aziende o ad aspiranti celebrità o a politici rampanti che vogliano farsi una altrettanto falsa reputazione e che sono disposti a pagare per questo. E tu vuoi non acquistare prodotti di aziende con tanti <mi piace> veri o falsi che neanche Ronaldo o Valentino Rossi? E non vuoi dare il voto a candidati zeppi di <like> come santi con ex-voto? Sono state finora 170 milioni nel mondo queste false identità, visto che su Facebook non sei obbligato a metterci la faccia. E sfornano tanti <like> da farci una indigestione.

 Post scriptum. Chissà quanto deve aver pensato di averla fatta grossa il su citato ingegner Rosenstein, il genio della tecnologia che a 35 anni regalò l’invenzione dei <mi piace> al suo amico Mark Zuckerberg. Tanto da essersi pentito fino al punto da disconnettersi sia da Facebook che dagli altri <social>. Trovava orribile avere a che fare con la sua stessa idea. Molto probabile che non l’abbia fatto per prendersi un po’ di <mi piace>.