Signor cellulare chiediamo scusa

Sabato 30 marzo 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Facciamogli le pubbliche scuse. Non c’è nulla al mondo, tranne la iettatura, contro cui ne diciamo tante come contro di lui. Un demonio dal quale stare alla larga tanto quanto gli stiamo attaccati come cozze. Una dipendenza rispetto alla quale quello da fumo è un vizietto innocente come un prato in fiore. Fa male di qua, fa male di là. A causa sua siamo tutti affetti da nomo-fobia, malattia che consiste nella paura di restarne senza. Non c’è momento della giornata in cui non gli teniamo gli occhi appiccicati addosso, tanto da chiedersi chi è più attaccaticcio fra lui e noi. Ormai non riusciamo più a dialogare se non suo tramite. Fa parte della nostra vita come una protesi. Ce lo portiamo in bagno, a letto, a tavola. Ce ne sono in Italia più di quanti siano gli italiani. E’ l’oggetto oscuro del nostro desiderio. E’ il nostro babysitter, il nostro assistente, il nostro confidente, il nostro badante, la nostra passione. Ci può mancare il pane ma non lui.

PESTE E CORNA Il cellulare può essere il nostro inferno calmo. Come successo a una famiglia salentina, rimasta chiusa due anni e mezzo in casa schiava del web e di quell’apparecchio magnetico. Nessun contatto col mondo reale, solo la bambina di nove anni usciva per comprare da mangiare. Il fratello 15enne ha abbandonato gli studi e rischiato di cadere nella trappola mortale del Blue Whale, quella che spinge gli adolescenti al suicidio. Ma ci sono altri tre pazienti finiti in cura a Lecce per lo stesso motivo. Ed è nata in Giappone la più agghiacciante e futuristica sindrome alla Star Treck, quella di Hikikomori, che significa chiusura in sé stessi e ritiro dal mondo tranne che da quello tecnologico.

 Non si contano gli allarmi pari solo alla loro inutilità. Non si contano gli studiosi più inascoltati di una radio nel deserto. Non si contano le indagini più terroristiche di un plotone dell’Isis. Non si contano i convegni più inutili di un costume da bagno al Polo Nord. Non si contano i tentativi di decontaminazione più vani di un difensore contro Ronaldo. Non si contano i libri per invitare a <mettere via quel cellulare>, ciò che dicono ai figli tutti i genitori che ne hanno uno in tasca. Mentre su un bus due viaggiatori su tre sono con gli occhi su quello specchietto incantatore. Ma anche in pizzeria fra un trancio e l’altro. E due fidanzati in panchina ciascuno sul suo. E al bar in comitiva a fare due chiacchiere senza scambiarsi una parola ma digitalizzando in solitario. O in albergo con la password del wi-fi chiesta prima della camera.

 Sono più i programmi di disintossicazione che i disintossicati. C’è chi la mette sul <mindfulness>, ciclo di meditazione il cui principale risultato è stato l’acquisto da parte di undici milioni di pazienti e l’incasso di 26 milioni di euro per i suoi ideatori. Per la serie santoni orientali tal Sri Sri Ravishankar attinge a testi di 10 mila anni fa per mettere a riposo il cervello e ripulirlo dal gesto automatico sul display. Come mettersi a dieta per la prova costume e poi fare indigestione tutto l’anno. E tutta la polemica sul cellulare-sì cellulare-no a scuola, una guerra più lunga di quella dei Trent’anni. E tutta la polemica sul limite d’età per iscriversi  ai social (da Facebook a Instagram) passato in Italia dai 16 ai 14 anni, tanto i bambini nascono oggi con i tastini al posto delle dita e imparano a digitare prima che a scrivere.

 FINCHE’ UN GIORNO Ancòra. Le prime multe per i pedoni che attraversano usando lo smartphone (a Sassari), roba che se dovesse diffondersi risolverebbe il problema del debito pubblico italiano. E la loro proibizione in alcuni posti di lavoro. E la dipendente licenziata perché per tre ore al giorno stava più su quell’affare che sulle pratiche da sbrigare. E tutti gli slogan <Felicità è disconnettersi>. E tutti i patti di famiglia simili a quelli fra Salvini e Di Maio. E lo stesso Steve Jobs che proibiva ai figli di averne a che fare come se un tacchino si consegnasse il giorno di santo Stefano. E di tanto in tanto l’annuncio tanto trionfale quanto lunare di chi ce l’ha fatta manco avesse scalato l’Himalaya in bicicletta.

 Insomma una apocalisse. Finché, finché un tal giorno di fine marzo 2019 da un cellulare parte un messaggio verso il 112: <Pronto, signore? Ci stanno uccidendo>. E’ la voce di Ramy, 13enne italiano di origine egiziana, che così salva se stesso e i compagni di classe dalla follia omicida di un autista di pulmino a Crema. Cellulare che i ragazzi erano riusciti a passarsi prima che un accendino omicida mandasse a fuoco tutto. E allora capisci che un cellulare può salvare una vita, anzi cinquanta, come un tempo un telefono a filo la allungava a Massimo Lopez davanti a un plotone di esecuzione in una famosa pubblicità. E allora, oltre a capire che un cellulare può fare ciò che ha fatto, non ci capisci più niente di tutto il resto detto contro di lui.