Quel giudice foggiano che fece tremare il Duce

mercoled́ 3 aprile 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno>

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Il fattore <P>. <P> come petrolio. E’ il protagonista sommerso di tanta storia contemporanea italiana. Ma sorprendente è scoprire che potrebbe esserlo anche di un lontano assassinio come quello di Giacomo Matteotti, tenace oppositore socialista eliminato nel 1924 dalla nascente dittatura fascista. Tra spie, intrighi internazionali, corruzione, giochi segreti di politica ed economia che Raffaele Vescera mette alla luce raccontando del dramma umano di Mauro Del Giudice, il coraggioso magistrato foggiano che istruì quel processo e che fece tremare il regime. Ma processo che gli fu sottratto mentre stava per incriminare lo stesso Mussolini come mandante, fra minacce delle camicie nere, lusinghe, depistaggi, intimidazioni, donnine.

 Ché <Il giudice e Mussolini> si intitola appunto l’inquietante romanzo-verità (Enrico Damiani ed., pag. 269, euro 14). Proprio ora che si argomenta sulle buone cose che avrebbe fatto quel regime. Ma che in nome appunto del petrolio fa capire come possano essere collegati fra loro non solo l’eliminazione di Matteotti (che aveva scoperto troppo) e gli indicibili rapporti con la massoneria internazionale e il suo potere. Collegate con un filo unico e una scia lunga anche le più recenti morti violente del cronista Mauro De Mauro e di Mattei, di Pasolini e, chi lo sa, Aldo Moro. Vescera lo racconta in un <Fuori scena> finale, che sembra una precauzione ma fino a un certo punto.

 Quando Del Giudice morì novantenne nel giorno di san Valentino del 1951, il tempo gli aveva fatto giustizia. Riaprendo il processo e condannando all’ergastolo tutti quelli che su ordine del duce gli era stato impedito di condannare. Quindi omicidio di Stato. Benché l’amnistia voluta da Togliatti per i reati politici li avesse di nuovo graziati. L’integerrimo Del Giudice capace di resistere a pressioni che avrebbero potuto costargli la vita nell’agghiacciante atmosfera delle sparizioni, delle bastonature e dell’olio di ricino. Lui blandito con la prospettiva di un posto di senatore. Ma piccolo uomo capace di sfidare una forza molto più grande e una morte annunciata in nome dell’onestà e della verità.

 Raffaele Vescera, non nuovo a indagini scavate <nelle pieghe della storia>, è un maestro di pathos. Egli non ci offre qui solo l’affascinante romanzo di un protagonista misconosciuto fra Roma, la sua Rodi garganica e Vieste. Non ci racconta solo la vicenda umana che ne lacerò anche la salute. Non ci descrive solo i suoi tormenti di fronte ad anni turbolenti di tramonto di ogni verità e di sopraffazione. Non ci riesuma solo documenti compromettenti. Ma ci offre appunto il quadro cupo di un’epoca che condusse all’infamia delle leggi razziali, al disastro della guerra, alla rovina della nazione. Della quale il delitto Matteotti fu il primo atto, per non dimenticare l’altro socialista e pugliese Di Vagno.

Così ripercorrendo gli anni, il libro dell’appassionato giornalista-scrittore è un <successe oggi> che non fa mai male rinfrescare in tempi di parole di odio e di pensieri estremi. Con descrizioni di ambiente che sembrano istantanee della Capitanata sua terra comune col magistrato Del Giudice. E con una rivendicazione che faccia giustizia anche di un ruolo che la storia sembra sempre dimenticare quando si parla di Sud. La guerra: ci furono, nel bombardamento di Foggia, più morti di quanti ce ne furono in tutto il Centro Nord. E la resistenza che si vuole solo pagina settentrionale cominciò nel Sud di Matera, di Barletta, delle Quattro giornate di Napoli. Con un ruolo del Mezzogiorno come parte fondamentale d’Italia che anche stavolta fu tanto essenziale quanto oscurato da infamanti narrazioni cominciate con l’unità.

 Girava, Mauro Del Giudice, con una scorta di due poliziotti che sembravano seguirlo più per spiarlo che per proteggerlo. Era un idealista, <ma a comandare il mondo sono i cinici>, gli disse una volta una giornalista inglese. Si sentiva, dice Vescera, <come un ulivo millenario della sua Puglia estirpato con le radici dalla terra>. Troppo schivo, rifiutò di presiedere il comitato di liberazione o di fare il sindaco a Vieste quando arrivarono gli americani. Aveva osato incriminare gli uomini del duce. Sopravvisse per la stessa ragione per la quale avrebbe potuto soccombere: non piegò mai la testa.