Infelice in vista girare alla larga

Sabato 6 aprile 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Quando un uomo con la felicità incontra un uomo senza felicità, l’uomo con la felicità è un uomo morto. Ma davvero c’è poco da scherzare dopo che a Torino un passante è stato ucciso da un altro passante geloso della sua felicità. L’assassino col coltello è un cuoco italiano 27enne di origine marocchina che aspettava su una panchina la sua vittima per caso. La sua vittima per caso un 34enne commesso e figlio del mondo, avendo vissuto cinque anni fra Australia, Nuova Zelanda, Brasile. Una coltellata e via. Entrambi vegani, pensa tu. E chissà se lo sgozzato era, è il caso di dirlo, davvero felice da morire. Ma così lo considerava quella mina vagante che si trascinava lacerato dal suo malessere di separato, senza lavoro, privato dalla possibilità di rivedere il figlio di sei anni, il quale gli aveva comunicato di chiamare papà il nuovo compagno della madre. Odiava chi avesse visto sorridere. Bisogna anche essere fortunati a non incontrare l’incazzato sbagliato (poi, se le indagini accerteranno altro, si vedrà).

 IL DELITTO DI TORINO E’ una involuzione della specie. Finora ridere del dolore altrui poteva alleviare il nostro. Ce lo aveva detto chiaro e tondo zio Sigmund, Sigmund Freud. Tutti affetti da quella che i tedeschi definiscono <Schadenfreude>, laddove <Schaden> significa <danno> e <Freude> significa <piacere>: piacere del danno altrui. Carognesco, ma senza l’effetto collaterale della morte di chi si fosse messo a ridere se avessimo centrato in pieno un palo col naso. Ma vista l’aria, ci tocca stare attenti a non incocciare uno che odia chi contrariamente a lui non ha perso il treno, o non ha la gastrite, o non ha preso la multa, o non è stato sfrattato, o non ha avuto molti <mi piace> su Facebook. E vista l’aria, ci tocca stare attenti a non andarcene in giro con la faccia troppo soddisfatta. I nostri vecchi mettevano in guardia dalla gelosia, e un bel cornetto in tasca non faceva mai male. Ma difficile che un cornetto riesca a bloccare un coltello.

 Il fatto è che sotto tiro non è la felicità del riccone che, come la metti e metti, tu non ci arriverai mai. Tanto prima o poi lo arresteranno per tangenti. Sotto tiro è la felicità da giorni feriali di chi è come te e lui può ridere e tu no. Beh. E proprio mentre la felicità è diventata tanto un bene di consumo come il dentifricio, che chi non ce l’ha ti aspetta al varco su una panchina invece di lottare per non essere escluso come si faceva un tempo. Oggi non c’è manuale di <saper come> che non ti insegni come fare a essere felice. Che non ti aiuti ad andartene a dormire tranquillo anche se la tua squadra ha sbagliato il rigore. Che non ti spiattelli l’ottimismo in dieci regole.

 Molta la fede occorrente per non considerare boiate queste regole. Tipo sorridere a tutte le persone nel raggio di cinque metri (sempre che fra di loro non ci sia un cuoco). Avere uno sguardo sereno per trasmettere saggezza e sicurezza. Concentrarsi due minuti ogni due ore sulla respirazione, anche se credono che state sniffando. Limitare il proprio sé di fronte ai figli (?). Nelle conversazioni spingere a 5 a 1 il rapporto fra il positivo e il negativo, altrimenti non ve la potete prendere con nessuno. E’ il catalogo del primo <acceleratore di felicità> italiano, inventato a Bologna da due amiche. Con corredo di corsi della durata da un giorno a tre mesi, che s’immagina sarebbero il massimo della felicità se fossero gratuiti. E un bel selfie interiore per prendere coscienza dello sguardo che abbiamo in quel momento.

 TE LO INSEGNO IO Ma si mobilitano anche le università, sempre a caccia di qualcosa per darti lauree in nullologia. Proprio in quella di Torino è partito un corso che insegna, appunto, a essere felici. Poca teoria, molte lezioni pratiche con tanto di abbracci e meditazione buddista, ormai più scontata del ragù della domenica. Con esercizi e compiti a casa, esempio non piantare una pippa perché lo scaldabagno dà solo acqua fredda. Uno degli esercizi consiste nel raccontare le cose belle dell’ultimo anno. Se non è andata peggio della Brexit in Inghilterra, passate all’ultimo mese. Quindi l’ultima settimana, quindi oggi. E troviamola una cosa bella, se no cosa siamo andati a fare a scuola.

 Un corso pure all’università di Palermo, benché al Sud si viva peggio ma si sia più felici. Conosci te stesso la parola d’ordine, nel senso che ci può essere qualcosa di buono anche in un Fabrizio Corona. Poi ci sono i danesi secondo i quali la felicità è un gioco che si impara da piccoli, ma loro sono felici perché sono ricchi e poi chissà perché si suicidano. Sempre che non si voglia seguire il solito vecchio saggio secondo il quale felicità è desiderare ciò che si ha. Troppo tardi per farlo sapere a quell’infelice di Torino che non si rendeva conto di essere felice come una Pasqua e andava in giro con un coltello per dimostrarlo.