Finanza allegra ? Rivolgersi al Nord

Venerdì 9 Settembre 2011 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Mettiamo di avere un’auto. E mettiamo di spendere più per assicurazione, bollo, garage che per la benzina che la faccia andare. Ovvio dire: è un lusso che non ti puoi permettere, soprattutto se per tenerla devi anche fare debiti. Così lo Stato italiano: spende oltre metà delle sue entrate solo per esistere. Tanto da poter dire che il suo scopo principale non è fornire servizi ai cittadini, ma aprire la porta la mattina. Un costo di cui tante sanguisughe approfittano senza che per questo migliori la situazione del Paese, anzi.
 E chiuda sùbito la bocca chi osa accusare solo il Sud di sprecare soldi. Ce ne sono casi, a volte fin troppi. Ma chi spreca dovrebbe andare in galera o a fare un altro mestiere. Invece in Italia è un merito riuscire ad arraffare, se non rubare, soldi pubblici, gli altri sono fessi.
 Il problema non sono però soltanto le autoblu, i superstipendi, le consulenze, i privilegi. E’ l’apparato dello Stato che costa, dalle due Camere uguali e col primato di rappresentanti al mondo, ai sei sette corpi di polizia, ai troppi tribunali ospedali aeroporti, alle varie magistrature, ai consigli di amministrazioni in cui sono tanti da non poter decidere niente. In fondo hanno ragione le Province a lamentare di essere i capri espiatori in un panorama in cui pullulano consorzi, enti riforma, enti parco, Ato, Asi, agenzie regionali, uffici del lavoro, Gal, comunità montane, enti inutili, nuclei di valutazione, fondazioni, consorzi per la difesa di uccelli e fili d’erba. Ciascuno dei quali potrebbe anche starci, ma a spese sue. Anzi non dovrebbe starci, perché ogni passaggio rallenta invece di facilitare. E ogni passaggio può significare olio per lubrificarlo, cioè corruzione.
 E a proposito del Sud, il ministro Tremonti, indicando gli abusi di cui il Paese deve liberarsi, fece l’esempio classico delle pensioni di invalidità: in poche parole, il Sud. Solita amnesia, perché avrebbe dovuto aggiungerci perlomeno le pensioni di anzianità. Cioè quelle che consentono di smettere di lavorare a meno di 60 anni, costringono l’Inps a pagarti la pensione per un numero di anni maggiore del normale (senza che ci siano altri lavoratori che paghino i contributi per te, visto che sono sempre meno e sempre più precari), e ti fanno fare poi l’autonomo evadendo le tasse.
 La stragrande maggioranza delle pensioni di anzianità sono al Nord, non foss’altro perché lì c’è più lavoro. Un numero senza paragoni con le pensioni di invalidità del Sud, quand’anche fossero tutte false. E non per niente Bossi le ha difese a sangue. Perché per Bossi non è giusto ciò che è giusto, ma è giusto ciò che fa comodo al suo Nord. Senza che i parlamentari del Sud abbiano osato alzare una sola voce.
 E quanto alla corruzione, visto che si accusa sempre (e spesso a ragione) il Sud di cattiva amministrazione, da Tangentopoli in poi tutti gli scandali e le rapine di denaro pubblico sono avvenuti al Nord. Denaro pubblico frutto anche del sangue dei meridionali. E scandali e rapine proprio dove ne avrebbero meno bisogno, se scorrettamente volessimo giustificare i ladri come spinti dalla necessità. Con una pensione di invalidità (vera o falsa) in certe zone del Sud ci vive un’intera famiglia, con le tangenti al Nord si fanno la barca o la villa ai Caraibi. Basta scorrere certe intercettazioni telefoniche per capire quale Razza Maiala prospera.
 E quanto al vizio dello Stato sprecone e pieno di debiti, vogliamo andare a vedere un po’ di storia? Al momento dell’Unità il Regno delle Due Sicilie aveva il bilancio in ordine, anzi in attivo. Non era il paradiso, anche perché al tempo non ce n’erano da nessuna parte. E forse agli stessi meridionali che obiettano, grazie, non spendevano per il loro immobilismo, probabilmente piace di più la situazione in cui era il Regno del Piemonte (certificata tempo fa anche dal “Sole 24 Ore”, notorio giornale borbonico).
 Il debito pubblico piemontese era proporzionalmente cinque volte quello attuale dell’Italia, che pur è il terzo al mondo. Non c’è più stato un esempio simile sul pianeta. Qualche anno prima dell’unificazione, su entrate annue attorno ai 130 milioni di lire dell’epoca, Cavour spese un miliardo 200 milioni. Solo di interessi da pagare, se ne andava oltre il 50 per cento delle entrate fiscali. Se avessero voluto rimborsare al dieci per cento l’anno i prestiti ottenuti, ci avrebbero messo non meno di settant’anni. Si arrivò al punto di non pubblicare più il bilancio, visto che le piazze ribollivano per l’inflazione e il fisco.
 Il meccanismo era vivere a debito e coprirlo col debito, e non solo per le guerre d’indipendenza. Nacque allora la finanza allegra italiana. Il “sovversivo” Einaudi commentò: così il mercato è stato il nostro grande assente. E se 150 anni sono molti, l’impronta è rimasta tale e quale. Meno male che ora c’è il Sud su cui scaricare tutte le colpe.     
 
Mettiamo di avere un’auto. E mettiamo di spendere più per assicurazione, bollo, garage che per la benzina che la faccia andare. Ovvio dire: è un lusso che non ti puoi permettere, soprattutto se per tenerla devi anche fare debiti. Così lo Stato italiano: spende oltre metà delle sue entrate solo per esistere. Tanto da poter dire che il suo scopo principale non è fornire servizi ai cittadini, ma aprire la porta la mattina. Un costo di cui tante sanguisughe approfittano senza che per questo migliori la situazione del Paese, anzi.
 Dalla  " Gazzetta del Mezzogiorno "
 E chiuda sùbito la bocca chi osa accusare solo il Sud di sprecare soldi. Ce ne sono casi, a volte fin troppi. Ma chi spreca dovrebbe andare in galera o a fare un altro mestiere. Invece in Italia è un merito riuscire ad arraffare, se non rubare, soldi pubblici, gli altri sono fessi.
 Il problema non sono però soltanto le autoblu, i superstipendi, le consulenze, i privilegi. E’ l’apparato dello Stato che costa, dalle due Camere uguali e col primato di rappresentanti al mondo, ai sei sette corpi di polizia, ai troppi tribunali ospedali aeroporti, alle varie magistrature, ai consigli di amministrazioni in cui sono tanti da non poter decidere niente. In fondo hanno ragione le Province a lamentare di essere i capri espiatori in un panorama in cui pullulano consorzi, enti riforma, enti parco, Ato, Asi, agenzie regionali, uffici del lavoro, Gal, comunità montane, enti inutili, nuclei di valutazione, fondazioni, consorzi per la difesa di uccelli e fili d’erba. Ciascuno dei quali potrebbe anche starci, ma a spese sue. Anzi non dovrebbe starci, perché ogni passaggio rallenta invece di facilitare. E ogni passaggio può significare olio per lubrificarlo, cioè corruzione.
 E a proposito del Sud, il ministro Tremonti, indicando gli abusi di cui il Paese deve liberarsi, fece l’esempio classico delle pensioni di invalidità: in poche parole, il Sud. Solita amnesia, perché avrebbe dovuto aggiungerci perlomeno le pensioni di anzianità. Cioè quelle che consentono di smettere di lavorare a meno di 60 anni, costringono l’Inps a pagarti la pensione per un numero di anni maggiore del normale (senza che ci siano altri lavoratori che paghino i contributi per te, visto che sono sempre meno e sempre più precari), e ti fanno fare poi l’autonomo evadendo le tasse.
 La stragrande maggioranza delle pensioni di anzianità sono al Nord, non foss’altro perché lì c’è più lavoro. Un numero senza paragoni con le pensioni di invalidità del Sud, quand’anche fossero tutte false. E non per niente Bossi le ha difese a sangue. Perché per Bossi non è giusto ciò che è giusto, ma è giusto ciò che fa comodo al suo Nord. Senza che i parlamentari del Sud abbiano osato alzare una sola voce.
 E quanto alla corruzione, visto che si accusa sempre (e spesso a ragione) il Sud di cattiva amministrazione, da Tangentopoli in poi tutti gli scandali e le rapine di denaro pubblico sono avvenuti al Nord. Denaro pubblico frutto anche del sangue dei meridionali. E scandali e rapine proprio dove ne avrebbero meno bisogno, se scorrettamente volessimo giustificare i ladri come spinti dalla necessità. Con una pensione di invalidità (vera o falsa) in certe zone del Sud ci vive un’intera famiglia, con le tangenti al Nord si fanno la barca o la villa ai Caraibi. Basta scorrere certe intercettazioni telefoniche per capire quale Razza Maiala prospera.
 E quanto al vizio dello Stato sprecone e pieno di debiti, vogliamo andare a vedere un po’ di storia? Al momento dell’Unità il Regno delle Due Sicilie aveva il bilancio in ordine, anzi in attivo. Non era il paradiso, anche perché al tempo non ce n’erano da nessuna parte. E forse agli stessi meridionali che obiettano, grazie, non spendevano per il loro immobilismo, probabilmente piace di più la situazione in cui era il Regno del Piemonte (certificata tempo fa anche dal “Sole 24 Ore”, notorio giornale borbonico).
 Il debito pubblico piemontese era proporzionalmente cinque volte quello attuale dell’Italia, che pur è il terzo al mondo. Non c’è più stato un esempio simile sul pianeta. Qualche anno prima dell’unificazione, su entrate annue attorno ai 130 milioni di lire dell’epoca, Cavour spese un miliardo 200 milioni. Solo di interessi da pagare, se ne andava oltre il 50 per cento delle entrate fiscali. Se avessero voluto rimborsare al dieci per cento l’anno i prestiti ottenuti, ci avrebbero messo non meno di settant’anni. Si arrivò al punto di non pubblicare più il bilancio, visto che le piazze ribollivano per l’inflazione e il fisco.
 Il meccanismo era vivere a debito e coprirlo col debito, e non solo per le guerre d’indipendenza. Nacque allora la finanza allegra italiana. Il “sovversivo” Einaudi commentò: così il mercato è stato il nostro grande assente. E se 150 anni sono molti, l’impronta è rimasta tale e quale. Meno male che ora c’è il Sud su cui scaricare tutte le colpe.