Toglimi un braccio ma il cellulare no

Sabato 20 aprile 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Poi vedi se questo papa non se le va a cercare. Lo accolgono in un liceo di Roma e naturalmente coglie l’occasione. Per dire cosa? La cosa più indigesta e meno misericordiosa per i ragazzi di quella età: andateci piano con i cellulari. Mentre non ce n’era uno, di quelli, che il cellulare non lo brandisse nel cielo per filmare e fotografare tutto. E del resto, non è che il papa ce l’hai nella tua scuola ogni giorno. Ma Francesco li invita a liberarsi da quella dipendenza proprio nel momento in cui quella dipendenza si esprimeva in una delle sue forme più acute. E chissà quanti selfie ci avrà fatto con quegli studenti. Pur essendo il cellulare, e insisteva, come una droga: ne diventi schiavo e perdi la libertà. E se la vita è comunicare, c’è il pericolo che il telefonino finisca per ridurre la comunicazione a semplici contatti.

 IL <BASTA> DEL PAPA Il fatto è che il papa deve fare il papa, e meno male. Al di là del risultato ottenuto. Nel caso specifico, prevedibilmente zero. Perché la diffusione e l’uso degli smartphone è direttamente proporzionale agli allarmi sul loro uso. L’uso smodato, si capisce. Tutto sta a capire se sia uso smodato la statistica secondo cui quell’affare lì lo tocchiamo in media 2600 volte al giorno, come una rassicurazione. Una protesi, ecco, una protesi.

 Ma lo diceva McLuhan, un sociologo che se la intendeva: ogni mezzo di quel genere (li chiamava <medium>) è anzitutto una protesi. E cosa è una protesi? Qualcosa che estende le possibilità del corpo umano. A cominciare, il telefonino, dalla possibilità di collegarci in ogni momento (si dice connettersi) con tutto il mondo. Sia pure per <contatti>, appunto, al di là di ciò che ci si dice. L’esperto Stefano Bartezzaghi ha spiegato che questo genere di contatto è qualcosa di simile alle pacche che ci diamo sulle spalle. Anche perché, diciamocelo fra noi, per avere un dialogo e non un contatto, sarebbe necessario avere qualcosa da dirsi.

 Ma che Francesco vada (almeno in questo caso) contro vento, lo ha dimostrato la cronaca di questi stessi giorni. Quando improvviso come un temporale di primavera, la domenica del Signore del 14 aprile, giorno delle Palme, dalle 13 alle 16, in Italia e nel mondo è avvenuto qualcosa di più apocalittico dell’incendio di Notre Dame. E’ avvenuto che per le tre ore più interminabili della storia, tutti insieme Facebook, Whatsapp e Instagram non abbiano funzionato. Muti come una disperazione. Senza che col nostro scambio vorticoso di telefonate (eccole qui) riuscissimo a capire perché. Uno psicodramma collettivo da globalizzazione. Forse, abbiamo malignato in preda a una crisi di nervi, proprio per guadagnarci sul traffico telefonico. Insomma un complotto che neanche un thriller quotidiano tipo il governo italiano.

 NUOVA MALATTIA Poi il signor Mark Zuckerberg, quello rossiccio e sempre con la stessa maglietta, ma soprattutto il proprietario dei tre ammutoliti, ha detto che sì, qualcosa non ha funzionato. Cioè ha detto che l’acqua è bagnata. Perché il fatto è che questi padroni della nostra psiche (e non solo), non sono tenuti a dirci altro. Né Facebook, né Whatsapp, né Instagram sono un servizio dovuto come l’ospedale pubblico. Noi non paghiamo, loro sono una società privata americana che può chiudere il rubinetto quando vuole. Anche se da quel rubinetto dipendono due miliardi e mezzo di persone ogni giorno. Le nostre vite professionali, sentimentali, sociali. Così è anche se non ci pare. Meglio andò, anzi peggio, un mese fa, quando le ore di buio furono quattordici. E spiegarono che dipese da <errori di configurazione>, non più chiaro di un concetto di Toninelli.

 Detto questo, che facciamo, non lo ascoltiamo il buon Francesco? Bisognerebbe ascoltarlo proprio perché il cellulare, e tutti i connessi, ci è diventato familiare come la cucina di casa. Vogliamo descrivere il nostro stato d’animo quando ci viene a mancare? Nomofobia, si chiama quel timore ossessivo. Con pericoli soprattutto per i più piccoli. Cioè quelli con la psiche in formazione. Ma anche quelli che nascono con i tastini al posto delle dita. E quelli che nessun genitore, non ce n’è uno, riesce a privare di un aggeggio che è un po’ come il televisore di un tempo: mettiti là davanti e non rompere. Fosse pure per vedere un innocente Masha e l’orso, che così si comincia e poi, sfiorando sfiorando col dito, chissà dove si può finire. Riducendo la capacità di attenzione a otto secondi, uno in meno del pesciolino rosso.

 C’è chi dice che qualsiasi cosa bella dà dipendenza, come qualsiasi cibo buono fa inesorabilmente male. Ma giorni fa una ragazza francese di 12 anni in gita a Venezia si è buttata dalla finestra dell’albergo perché la professoressa le aveva ritirato il cellulare. La ragazza per fortuna si è salvata. Ma si può andare avanti con questo rischiatutto continuo? Si può sperare che si buttino tutti dal primo piano?