Linguaggio-bene di famiglie-bene

Sabato 10 Settembre 2011 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

“Hanno fatto un puttanaio, quello stava cacato nelle mutande”.
 “Più casino è, meglio è”.
“Comunque non facciamo un c., comunque a mangiare due volte a settimana andiamo”.
“Se esce tutto elegante, ingioiellato, che c. ne so”.
 “Ma non hai capito che lui non riferiva un c. Questo è uno scemo, una mezza figura, una testa di legno, questo è proprio un cretino”.
 “Eh, queste so buone ste cose, quella è la stronzata che hai fatto tu, quando uno parla poi se la piglia solo nel c.”.
 “Gli ho chiesto di vedervi. E mi fa: ma che c. dobbiamo fare? E io: non stiamo facendo un c. per loro. E lui: un c.?”.
 “Io sto spiegando ai due fronti, e vedrai che questa cosa sarà utile per uscire dalla m.”.
 “Più m. c’è, meglio è”.
 “E allora agli altri sì e a me no, io so’ il cogl. de tutta la storia?”.
“Quello gli faceva schifo, gli faceva vomitare”.
“Sto facendo sta c. di operazione, mi vuoi mantenere come Cristo comanda, senza avere rotture di c. di nessun genere?”.
 “Non dirle tutti i c., perché si fa pigliare dalle crisi isteriche e mi fa una capoccia così”.
“Sei riuscito a parlare con quello stronzo?”.
 “Dovessi fare che alla fine, dopo tutti i casini che faccio, sembra pure che mi dovessi fottere i soldi io?”.
 “Allora dice porca putt., una stronzata ha fatto”.
 “Tu sai che sto con le pezze al culo”.
 LA VOLGARITA’ DELLE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE Sono stralci delle intercettazioni telefoniche alla base dell’arresto del barese Gianpaolo Tarantini, della moglie e dell’editore romano Valter Lavitola (ne ha parlato ampiamente anche la “Gazzetta”). Qui riportati non come cronaca giudiziaria, ma come cronaca di costume. Anzi di evoluzione (diciamo così) del linguaggio. E non quello di povera gente che si arrangia a parlare come sa e può, quindi più genuina che volgare. Ma quella di gente che passa per alta società, laddove alta significa in grado di maneggiare più grosse cifre di denaro che grosse quantità di grammatica e sintassi. Ma soprattutto di stile.
 E’ vero anche che, almeno al telefono se non dove gli pare, uno è libero di esprimersi come vuole. Anzi c’è chi ha scritto che il vero scandalo non è quel linguaggio ma chi lo pubblica, visto che è linguaggio privato. Un briciolo di verità c’è. Come un briciolo di verità c’è nella constatazione che così oggi parlano, o parliamo un po’ tutti, e non solo al telefono. Per un “vaffa” un posticino lo si trova sempre, anzi è diventato anche un partito, cioè ha trovato il posto giusto. E chi se ne astiene viene considerato un po’ strano, uno dal quale stare in guardia. Come occorre stare in guardia quando fra la gente c’è l’abitudine alla lettura, chissà cosa potrà succedere.
 E’ il linguaggio che più rappresenta certa corrente nobiltà dei sentimenti, perlomeno quella di chi tratta il prossimo (e la sua medesima vita) con la stessa levità e con lo stesso profumo del materiale digestivo che maneggia. Gente pratica e spiccia di un tempo volgare e senza remore di assalto alla diligenza e di corsa al denaro, ciò che onestamente nella storia è sempre avvenuto. Solo che prima si chiamavano ladri o pirati, ora sono famiglie bene con tanto di ossequio. Anzi, visto che ci stanno, si danno alla politica nell’interesse del Paese. Modelli da esibizione e imitazione. Disvalore promosso in valore.
 UN CONTINUO RUMORE DI FONDO E poi è il linguaggio che più riproduce il rumore di fondo dell’attuale società del frastuono, quello che si esprime a battute e urla, nel quale maestra di vita è la televisione. L’insulto, la prevaricazione, la sovrapposizione, il gesto belluino, la parolaccia che fanno ascolto, anche se c’è poco da ascoltare, sta solo da fare il popolo bue del Colosseo. Un alto volume in replica continua nei bar, nei ristoranti, sulle spiagge, ovunque si potrebbe parlare ma non si deve farlo se non a gesti perché non si deve sentire niente e non si deve poter dire niente. Un assalto folle alla bellezza, come il tipo romano che va a sfregiare una fontana di Piazza Navona a Roma e candidamente dice: volevo notorietà.
 Lasciamo stare la nostalgia della pacata conversazione, ora è l’epoca dei flussi: flusso le immagini, flusso la finanza che da un giorno all’altro arricchisce o impoverisce, flusso il lavoro precario che oggi ce l’hai e domani no, flusso l’immigrato che passa ignorato dalla vita alla morte, flusso le ideologie e le idee spazzate dal caravanserraglio delle attricette e dei calciatori tatuati, flusso l’incessante sottofondo. Come dicono i nostri eroi delle intercettazioni, tutto ciò “gli faceva vomitare”.       
“Hanno fatto un puttanaio, quello stava cacato nelle mutande”. 
 “Più casino è, meglio è”.
“Comunque non facciamo un c., comunque a mangiare due volte a settimana andiamo”.
“Se esce tutto elegante, ingioiellato, che c. ne so”.
 “Ma non hai capito che lui non riferiva un c. Questo è uno scemo, una mezza figura, una testa di legno, questo è proprio un cretino”.
 “Eh, queste so buone ste cose, quella è la stronzata che hai fatto tu, quando uno parla poi se la piglia solo nel c.”.
 “Gli ho chiesto di vedervi. E mi fa: ma che c. dobbiamo fare? E io: non stiamo facendo un c. per loro. E lui: un c.?”.
 “Io sto spiegando ai due fronti, e vedrai che questa cosa sarà utile per uscire dalla m.”.
 “Più m. c’è, meglio è”.
 “E allora agli altri sì e a me no, io so’ il cogl. de tutta la storia?”.
“Quello gli faceva schifo, gli faceva vomitare”.
“Sto facendo sta c. di operazione, mi vuoi mantenere come Cristo comanda, senza avere rotture di c. di nessun genere?”.
 “Non dirle tutti i c., perché si fa pigliare dalle crisi isteriche e mi fa una capoccia così”.
“Sei riuscito a parlare con quello stronzo?”.
 “Dovessi fare che alla fine, dopo tutti i casini che faccio, sembra pure che mi dovessi fottere i soldi io?”.
 “Allora dice porca putt., una stronzata ha fatto”.
 “Tu sai che sto con le pezze al culo”.
 LA VOLGARITA’ DELLE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE Sono stralci delle intercettazioni telefoniche alla base dell’arresto del barese Gianpaolo Tarantini, della moglie e dell’editore romano Valter Lavitola (ne ha parlato ampiamente anche la “Gazzetta”). Qui riportati non come cronaca giudiziaria, ma come cronaca di costume. Anzi di evoluzione (diciamo così) del linguaggio. E non quello di povera gente che si arrangia a parlare come sa e può, quindi più genuina che volgare. Ma quella di gente che passa per alta società, laddove alta significa in grado di maneggiare più grosse cifre di denaro che grosse quantità di grammatica e sintassi. Ma soprattutto di stile.
 E’ vero anche che, almeno al telefono se non dove gli pare, uno è libero di esprimersi come vuole. Anzi c’è chi ha scritto che il vero scandalo non è quel linguaggio ma chi lo pubblica, visto che è linguaggio privato. Un briciolo di verità c’è. Come un briciolo di verità c’è nella constatazione che così oggi parlano, o parliamo un po’ tutti, e non solo al telefono. Per un “vaffa” un posticino lo si trova sempre, anzi è diventato anche un partito, cioè ha trovato il posto giusto. E chi se ne astiene viene considerato un po’ strano, uno dal quale stare in guardia. Come occorre stare in guardia quando fra la gente c’è l’abitudine alla lettura, chissà cosa potrà succedere.
 E’ il linguaggio che più rappresenta certa corrente nobiltà dei sentimenti, perlomeno quella di chi tratta il prossimo (e la sua medesima vita) con la stessa levità e con lo stesso profumo del materiale digestivo che maneggia. Gente pratica e spiccia di un tempo volgare e senza remore di assalto alla diligenza e di corsa al denaro, ciò che onestamente nella storia è sempre avvenuto. Solo che prima si chiamavano ladri o pirati, ora sono famiglie bene con tanto di ossequio. Anzi, visto che ci stanno, si danno alla politica nell’interesse del Paese. Modelli da esibizione e imitazione. Disvalore promosso in valore.
 UN CONTINUO RUMORE DI FONDO E poi è il linguaggio che più riproduce il rumore di fondo dell’attuale società del frastuono, quello che si esprime a battute e urla, nel quale maestra di vita è la televisione. L’insulto, la prevaricazione, la sovrapposizione, il gesto belluino, la parolaccia che fanno ascolto, anche se c’è poco da ascoltare, sta solo da fare il popolo bue del Colosseo. Un alto volume in replica continua nei bar, nei ristoranti, sulle spiagge, ovunque si potrebbe parlare ma non si deve farlo se non a gesti perché non si deve sentire niente e non si deve poter dire niente. Un assalto folle alla bellezza, come il tipo romano che va a sfregiare una fontana di Piazza Navona a Roma e candidamente dice: volevo notorietà.
 Lasciamo stare la nostalgia della pacata conversazione, ora è l’epoca dei flussi: flusso le immagini, flusso la finanza che da un giorno all’altro arricchisce o impoverisce, flusso il lavoro precario che oggi ce l’hai e domani no, flusso l’immigrato che passa ignorato dalla vita alla morte, flusso le ideologie e le idee spazzate dal caravanserraglio delle attricette e dei calciatori tatuati, flusso l’incessante sottofondo. Come dicono i nostri eroi delle intercettazioni, tutto ciò “gli faceva vomitare”.