La vita e la morte decise dal cellulare

Sabato 25 maggio 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Piccole cronache del mondo di Internet, anzi dei cosiddetti <social>: sui quali si svolge buona parte dell’attuale nostra vita, quella visibile solo su un cellulare o su un computer. Primo episodio a Modena, protagonisti due amici, un infermiere di 39 anni e un parrucchiere di 36. Corrono a 220 all’ora in autostrada su una Bmw. Ma a nulla servirebbe oggi la bravata se non filmassero in diretta il tachimetro su Facebook perché gli amici sappiano. <Facciamogliela vedere a quanto andiamo, questa macchina è un mostro>. Ne perdono il controllo, l’auto carambola da un guardrail all’altro. Escono chissà se feriti sotto una pioggia battente, e vengono falciati da altre vetture che sopraggiungono. Andavano a festeggiare il compleanno del primo, eccitati dicevano <ci aspetta la droga e il resto>. Sui social la loro fine è accompagnata da uno spietato uragano di insulti.

 AGGHIACCIANTE GIOCO Secondo episodio. In Malesia una ragazzina di 16 anni lancia un sondaggio su Instagram, il social delle foto e degli adolescenti: <E’ davvero importante, aiutatemi a scegliere: vita o morte?>. Una crisi esistenziale tipica dell’età. Lo chiede ai suoi <follower>, i suoi seguaci, tutti coetanei. I quali si schierano, cliccando a grande maggioranza (69 per cento) per la morte. La ragazzina si uccide. E’ bastato il tocco di tanti polpastrelli a decidere, come col pollice giù sentenziavano gli imperatori romani per il gladiatore sconfitto nell’arena. Se lo dice Instagram, unico loro mondo reale, così deve essere. Un gioco, una agghiacciante distratta leggerezza come se si dovesse decidere se mettere un maglioncino o l’altro.

 Terzo. Secondo una indagine Doxa, il 92 per cento dei figli e il 95 dei genitori usano Facebook non solo per chiacchierare con gli amici, ma anche per comunicare fra loro. Cioè in famiglia. Mettiamo che stiano a tavola e se devono dire che la crudaiola è buona, se lo dicono fianco a fianco attraverso lo smartphone sul quale hanno gli occhi più che sul piatto. Digitando, non parlando. Sarà un divertimento, magari il dato è esagerato perché l’indagine è stata commissionata proprio da Facebook per dimostrare quanto sia indispensabile. O forse con la bocca piena non è educato parlare. O forse qualcosa ci sta scappando dalle mani.

 Quarto. Indagine dell’università Sapienza di Roma e della Cattolica di Milano. Il 45 per cento degli studenti passa su Internet almeno 5-6 ore al giorno, con picchi maggiori fra chi ha meno di 19 anni. Se tu gli togli 5-6 ore al giorno, cosa resta della loro vita altra? Ma non c’è vita altra, la vita che conta è quella. Col cellulare quando si ritrovano al bar, quando si appartano in coppia, quando sono a tavola (appunto) in famiglia, dopo lo studio. Ma anche quando attraversano la strada sulle strisce pedonali, testa sul display indifferenti a qualsiasi imprevisto. A New York stanno pensando di multare chi lo fa, la prima multa per tutelare la vita di chi non se ne preoccupa.

 VILLAGGIO PRIGIONE Quinto. Un cellulare è tanto padrone di questa nostra vita da poterne decidere anche da morti. La moglie e la figlia di un inglese che si suicidò nel 2015 volevano recuperare dall’aggeggio tutte le foto lì conservate. Foto come racconto di una intera storia umana, visto che oggi una foto in carta è più introvabile di un dinosauro. Ha dovuto essere un tribunale a ordinare ad Apple di cederle, visto che l’azienda non consente che siano passati contenuti ad altri. Per la privacy, si dice. O forse così possiamo capire chi ci domina oggi che di quell’affare siamo schiavi. Le foto si sarebbero perdute come nuvola nel cosmo piuttosto che rendere più caro il ricordo di uno scomparso.

 Sesto. A proposito di chi ci domina, e della privacy. Sarebbe nata a Toronto, Canada, la prima Google City del mondo. Una ex zona industriale nella quale sarebbe stata sperimentata l’intelligenza artificiale. Auto che si guidano da sole, case in cui i sono i frigoriferi a ordinare la spesa, semafori che riconoscono la presenza dei pedoni, panchine intelligenti che ti riparano se piove. Tutto possibile solo con una generale raccolta di dati sugli abitanti, come avrebbero fatto i robot a lavorare per loro? Ma gli abitanti non ci sono stati, meglio essere umani vecchio stile che far conoscere tutto ciò che un giorno avrebbe potuto schiavizzarli. Aggiungici il programma-spia israeliano che con una chiamata vocale su WhatsApp (anche senza risposta) può sapere tutto ciò che diciamo da allora in poi. E aggiungici San Francisco che vieta il riconoscimento facciale dei cittadini, mentre in Cina già i computer danno i voti di buono o cattivo cittadino, e a Singapore è così da tempo.

 Tempo fa un letterato scrisse che <così è (se vi pare)>. Si chiamava Pirandello. Oggi si potrebbe dire <così è anche se non vi pare>. Non bisogna contrastare il progresso, ma chissà che un po’ di resistenza non sia ugualmente benefica.