La favola che l’autonoḿa conviene al Sud

Venerd́ 31 maggio 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

Lascia un Commento Inserito da Lino Patruno

 

Al tempo, si dice in atletica dopo una falsa partenza. Al tempo, bisogna dire anche dopo i risultati elettorali europei al Sud. Cioè ragioniamo. I meridionali votavano centrodestra anche prima che il leader ne fosse Salvini. Perché in discreta parte sono di centrodestra. E il centrodestra ora è di Salvini. Magari un po’ più di destra che di centro. Ma tutto un elettorato ora si sente rappresentato da Salvini. Compresi forse i moderati, che pur dovrebbero avere qualche difficoltà col tono politico più estremo della Lega. Parlando di fede e di appartenenza, il voto che le ha dato il Sud non fa quindi una grinza.

 Nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018 il Sud aveva però scelto in maggioranza i Cinque Stelle. Si disse soprattutto per la promessa del reddito di cittadinanza. Le famiglie che non ce la fanno vivono soprattutto al Sud. E il pregiudizio antimeridionale fece presto a spacciare il tutto come un voto di scambio. Fatto sta che nel passaggio da primo partito italiano a terzo alle Europee, buona parte del consenso i Cinque Stelle lo hanno perso proprio al Sud. Colpa della maledetta primavera col maltempo che ha tenuto molta gente a casa. Ma colpa anche di una astensione poco meteo e molto da disillusione.

 Il problema è che proprio il reddito di cittadinanza è passato da carta vincente a mezzo flop. Solo la metà delle famiglie candidate ha fatto domanda. I poveri che non si sono fatti sentire sono almeno 500 mila. E sono mancati all’appello anzitutto quei giovani che dovevano esserne i più interessati non per la paghetta statale ma per la promessa di un posto di lavoro. Giudicato tanto ipotetico da non fargli abbandonare la loro occupazione in nero, e per avere quattro soldi poi. Forse anche per questo non un solo leader dei Cinque Stelle è sceso per i comizi di chiusura al Sud. Magari non si fanno più comizi, ma tant’è.

 Eppure i Cinque Stelle si sono confermati maggioranza in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Molise, Sicilia per quanto azzoppati.  E su di loro si poggia la speranza del Sud di non vedersi sempre schiacciato come residuo d’Italia. Finora Di Maio e compagni hanno resistito in un governo e in un Parlamento in cui erano il doppio. Lo sono ancòra, ma con un potere di contrattazione dimezzato visto che nel Paese l’aria è diversa. E con la Lega pronta a cogliere ogni occasione per andare a elezioni anticipate e chiudere la partita.

 Non è infondata la domanda al Sud che ha votato Salvini: scusate, ma come avete fatto? Avete dimenticato quando vi chiamava colerosi e terremotati? Però Salvini non si presenta più come Lega Nord ma come Lega e basta, una Lega nazionale per quanto una Lega Nord esista ancòra. E poi il centrodestra è passato di mano con Berlusconi abbandonato alla sua età e al cinismo della politica. Una scelta appunto ideologica senza troppa attenzione alle possibili conseguenze pratiche. Quelle sulla vita di ogni giorno del Sud.

 La sensazione è che la storia ancòra una volta si ripeta nella disunità d’Italia: voti sudisti raccolti per fare politiche nordiste. Ora in cambio di sicurezza e guerra agli immigrati. Cioè neanche come in passato, in cambio di una assistenza che non desse sviluppo ma almeno sopravvivenza. Perché i primi due cavalli di battaglia che Salvini ha già rilanciato (e del tipo, prendere o spaccare) sono la <flat tax> e l’autonomia rafforzata.

 La prima, tassa piatta, riduzione indifferenziata delle tasse che a prima vista non può che piacere a tutti, essendo le tasse più piacevoli di un paio di scarpe strette. Ma a vantaggio soprattutto dei ricchi. Quindi dell’Italia dove ci sono i più ricchi. Con un buco nelle entrate che la Lega vuol coprire con un piano da 30 miliardi. E con un conseguente aumento del debito che probabilmente l’Europa (anzi gli altri Stati europei che hanno firmato i patti insieme all’Italia) gli farà vedere col cannocchiale. Meno entrate che significano meno servizi, a danno soprattutto di chi? Diciamo del Sud che già non è mai riuscito ad averne di sufficienti.

 Non diversa conseguenza dall’autonomia differenziata pretesa da Veneto, Lombardia, Emilia e ora già dal Piemonte passato al centrodestra. Insomma tutto il Nord. Autonomia che non significa solo facciamo da noi, ma significa ci teniamo i soldi delle nostre tasse. Sottraendoli al resto del Paese, Sud in testa, tanto il Paese già non ci sarebbe più se non come Italia di serie A e di serie B. Tutte le dichiarazioni diranno il contrario: quel tipo di autonomia conviene anche al Sud. Non è così.

 Si dice che la storia sia maestra di vita. Ma per chi la sta a sentire. Il Sud non si muove mai come un unico popolo e un unico territorio. Del tutto legittimo, benché politica significhi anche difendere i propri interessi al di là delle scelte personali di partito. Così automatiche potrebbero essere ancòra le conseguenze sul suo destino di posto dal quale perlomeno si può emigrare.