Saggio scolastico si salvi chi può

Sabato 15 giugno 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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E del saggio scolastico di fine anno, ne vogliamo parlare? A metà giugno ne usciamo reduci come dalla battaglia delle Ardenne. Perché quel saggio non è solo un saggio, ma una fra le principali cause di psicosi collettiva familiare. Un incubo. Una prova di sopravvivenza urbana oltre che naturalmente una gioia, ci mancherebbe. Ma pagata a così caro prezzo che ci vogliono due mesi di vacanza per riaversi. Cumulandosi nel saggio troppe cose per un semplice saggio: tanto una suprema ostentata forma di affetto per i nostri figli o nipoti (se non vai gli prende il trauma), tanto i sensi di colpa nei loro confronti (facciamo tutto ciò che si aspettano da noi?), quanto una esibizione di potere sociale e parentale capace di degenerare più di una riunione di condominio. Il saggio scolastico di fine anno è una mina vagante , una bombetta lanciata fra i piedi. Che sia di musica, teatro, danza o pattinaggio acrobatico. Nell’impagabile atmosfera di entusiasmo, battimani e sorrisi più spontanei di quelli fra Salvini e Di Maio.

 COME IN TRINCEA Si comincia col vestitino per la creatura. Che le ineffabili maestre s’inventano tanto prezioso e complicato che ci vorrebbero Dolce&Gabbana. Ci sono negozi specializzati che ne propongano di ogni tipo, dalla <signora in rosso> alla Marylin Monroe all’Ape Maia a Star Trek. Nei giorni precedenti quello fatale, un velo di mistero si propaga dai nostri piccoli protagonisti. Li spii impegnati in furtive piroette, in incomprensibili filastrocche recitate a mezza voce, in gesti che se non sapessi che c’è il saggio li porteresti immediatamente dal neurologo. E poi l’inappetenza e l’insonnia, costo inesorabile del debutto.

 E’ nella vecchia palestra inumidita, nel refettorio o nel sedicente cortile che esplode una guerra di posizioni che neanche fra Annibale e i Romani a Canne. Madri o nonne che arrivano due giorni prima manco fosse un concerto di Vasco Rossi. Borse, foulard e bustoni piantati su ogni sedia occupabile come una trincea sulla linea del Piave. Padri che entrano più accaldati di un termosifone e più sudati di una pentola a vapore dopo aver lasciato la macchina due chilometri più in là. Sgomitate che quelle prese da Ronaldo ogni domenica sono amorevoli carezze. Colli che si allungano come tubi a spirale. E una selva di cellulari branditi al cielo come una selva più impenetrabile dell’Amazzonia. E manone ciao-ciao ad attirare l’attenzione di pargoli che tutto dovrebbero fare tranne che distrarsi. Fra gridolini da film dell’orrore, battimani di incoraggiamento per scoraggiare chiunque voglia capirci qualcosa e applausi più fragorosi e inopportuni di condoglianze a un matrimonio.

 E vero che i piccini devono vincere la timidezza e imparare, come si dice, a buttarsi. Ma è vero anche che per fortuna un X-Factor scolastico non se lo sono ancòra inventato. E che farla diventare una Curva Sud è un altro discorso. E’ vero poi che il saggio di fine anno deve avere finalità educative, mica un programma della De Filippi. Ma non si è ancòra capito a chi fra genitori o figli quelle finalità siano rivolte. Si dovrebbero sdrammatizzare quei mini-show più che aizzare degli innocenti a menare piedi come in una finale olimpica di taekwondo. E insegnare che sbagliare serve a fare meglio in futuro, non a dire che la maestra è la solita con simpatie e antipatie.

 VIVA LA MAESTRA E a proposito della maestra, la letterina di saluti finali. Ci sono manualetti che ne propongono un campionario la cui naturalezza e sincerità è pari a quella fra Trump e il presidente cinese Xi Jinping. C’è quella tipo ammissione di colpa: <Grazie per tutto ciò che hai fatto per noi, grazie per averci sopportato e soprattutto grazie per l’enorme pazienza che hai avuto>.  C’è quella alla evviva il parroco: <Un saluto speciale alla maestra più brava, più simpatica e più forte del mondo>. E c’è quella filosofeggiante estratta direttamente da Internet: <I migliori maestri sono quelli che ti indicano dove guardare, ma non ti dicono cosa vedere>. Lasciamo perdere il percorso inverso, dalla maestra agli allievi, laddove il <non vedo l’ora di rivedervi> è il minimo di menzogna possibile.

 Ci sono, nella scuola, docenti che ci credono, anzi sono la maggioranza silenziosa. Ci sono fanciulli ancòra immuni dalla istigazione a scavalcare che vorrebbero fargli succhiare come latte. C’è tanta buona volontà pari almeno alla retorica festaiola di un popolo. E di sicuro è meglio il saggio scolastico di fine anno che certe conclusioni di anno tanto caciarone da finire affogati in un lago come avvenuto a Como. O con un banco lanciato dalla finestra come a Mantova. O con una caduta dal terzo piano come a Domodossola. Si dice che siano riti di passaggio. Il problema è capire verso quali mode o modelli se non il coraggio e la fatica. Col pericolo incombente che siano invece quelli coi quali noi grandi stiamo schiantando l’Italia.