Caro Totti, per favore sparisca per sempre

Sabato 22 giugno 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Rieccolo, Francesco Totti. Rieccolo due anni dopo lo psicodramma collettivo per il suo licenziamento (dice lui) dal calcio a 41 anni, non 22. Quando tutto l’Olimpico non sembrava più uno stadio ma una Valle di Lacrime. E ora dimissionario da dirigente della Roma dopo 30 anni di vita sempre sotto quella bandiera. Perché, lamenta, la proprietà americana non gli faceva fare niente tranne esibirlo come un santino con giacca e cravatta in tribuna. Non lo faceva comandare. E perché quella proprietà vorrebbe <deromanizzare> la Roma, vorrebbe una Roma senza romani. Avendo testé mandato a casa anche un vice Totti, quel Daniele De Rossi non meno erede di Romolo e Remo. <Deromanizzare>. Qualcosa di già sentito in passato quando si parlava del modo in cui si sarebbe potuto salvare la città, non solo la sua squadra. Insomma l’insinuazione che il vero problema della Caput Mundi non sono le buche nelle strade e l’immondizia, ma i suoi cittadini. E una loro concezione della vita. E daje.

 SALICE PIANGENTE Tanto per capire, i proprietari della cosiddetta <Maggica> sono americani perché nessun italiano, anzi nessun romano, si è voluto affaticare né di onore né di onere. Ebbene la convinzione era, come nell’<Adelchi> del Manzoni, che <quei forti> venuti da lontano <per aspri sentier>, lasciando <nelle sale del tetto natìo le donne accorate>, perché l’avrebbero fatto?  Per <rivolger le sorti d’un volgo straniero>, un <volgo disperso che nome non ha>. Nel caso specifico continuare a far fare a Totti l’Ottavo Re di Roma, in cambio però di zero vittorie. Anzi di <zero tituli>, come dice l’allenatore portoghese Mourinho. Continuare a fargli fare il Pupone, adorato come un padre Pio e coccolato come un barboncino. Per l’alto merito di non aver voluto mai cambiare Maglia in tutto questo tempo. E sfido io, dicono i senza fede, pagato quasi come un Messi senza esserlo, ma per l’impagabile scelta di essere, appunto, una Bandiera. Perché nel calcio deve contare altro oltre che i sapienti piedi al par suo: il Cuore. Parola di un notorio salice piangente come Veltroni.

 Questo cuore. Che quello di Roma ora ne sanguini per la seconda volta, non meraviglia. Ed è rivendicato con ferito orgoglio che la <romanità> sia anche coerenza. Nel continuare a essere implacabilmente Roma e nel continuare a essere Romani (diciamo in fondo Italiani) come una categoria dello spirito. Un giorno un suo impunito vile non-laudatore ha accusato Totti di essere <pigro>. Mah, pigro, al massimo un gattone, lo vedete con quel suo romanesco mollaccione, con quell’aria mezza furba mezza (furbescamente) tonta. Sempre col pollice in bocca quando faceva gol per ricordare che l’Italia non è un Paese ma una collezione di figli e di ciuccetti. Dando ragione a un Flaiano, il quale osava dire che l’Italia non potrà mai cambiare perché tengo famiglia. E che una rivoluzione non si potrà mai fare se c’è maltempo.

  ITALIA <DE NOALTRI> Ma ci sono i frustrati anti-nazionali che parlano di un Paese festaiolo e indolente, sciatto e decadente, da <Grande Bellezza> alla Sorrentino, in cui si finisca sempre a pizza e birra, come dopo ogni salmo c’è sempre un gloria. E in cui picchiano in strada qualcuno che ha una maglietta non gradita ai picchiatori e c’è sempre qualcun altro a dire <cosa sarà mai?>. Sdrammatizzare e precipitare, tanto alla bisogna c’è un minibot pronto. Una essenza morale simboleggiata da una capitale metà museo universale e metà periferia mediorientale. L’Italia che spaccia per Fede i 30 anni romanisti di un Totti che, sapete, per amore del popol suo ha rinunciato ad andare a vincere altrove, e giammai perché altrove avrebbe potuto al massimo fare il Totti e non la Divinità. Un’Italia <de noaltri> che rivendica il suo provincialismo di fronte a un nuovo allenatore della Roma, tal Fonseca, nato in Mozambico, cresciuto in Portogallo, maturato calcisticamente in Ucraina. E ora alla guida della Roma mentre ad andarsene deve essere Totti. Ma vi pare possibile, come se fossero tempi di globalizzazione?

 Ma il calcio, ciancica sempre il Veltroni con una lacrima sul viso, o è Sentimento o non è. E Totti, la Roma, l’Italia tutta non meritavano che finisse così. Non meritavano che questa storia d’amore non fosse eterna  per l’insano vizio di curare i bilanci e di cercare risultati. Di avere un Totti in meno e uno scudetto in più. Un attentato a una identità profonda, porca miseria. Una medaglia strappata dal petto a una intera comunità all’amatriciana. Come togliere l’anima. Come se non capitasse nella vita di ciascuno doversi separare da un passato, fosse un’abitudine, un affetto, una situazione. E che ogni separazione è una separazione, non una cena di gala.

 Ma a Totti no, non si doveva. Questi americani capaci addirittura di ritenere che, alla prima vittoria senza di lui, Totti diventerà più dimenticabile di un ferro vecchio e più molesto di un ricordo.