Naufraghi e benestanti tutti in cerca di una rotta

Domenica 11 Settembre 2011 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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TERRAFERMA – di Emanuele Crialese. Interpreti: Mimmo Cuticchio, Donatella Finocchiaro, Filippo Pucillo, Beppe Fiorello, Timnit T. Drammatico, Italia, 2011. Durata: 1h 27 min.
 
Andiamo, ché la “Terraferma” ci aspetta. Ma ciascuno ha una terraferma diversa. C’è quella dei migranti che la cercano con l’antica dignità di chi rischia la morte in mare per conquistare una vita. E c’è quella dei pescatori che ne vorrebbero un’altra per sfuggire alle fatiche di un “travaglio” dalle radici bibliche. Terraferma come sogno di un futuro migliore per chi viene dal mare e per chi vuole lasciarlo. Fra questi due mondi che si incontrano (e scontrano), folleggia la grande indifferente: la folla sfrenata e pacchiana dei turisti che cercano solo divertimento.
 Così sull’isola di Lipari (ma vuole essere Lampedusa) si svolge un dramma epocale dei nostri tempi. Una famiglia in cui il nonno patriarca Ernesto continua a buttare le reti, aiutato dal nipote Filippo orfano del padre inghiottito dalle onde. In cui la madre vedova Giulietta vuole andare via dalla sua prigione perché di quel mestiere non si campa più. E in cui il cognato in buffonesco minislip ha scelto decisamente di fare l’animatore delle vacanze. La tradizione quasi verghiana contro la modernità, un simbolo positivo contro un simbolo negativo.
 E’ un difficile equilibrio che si infrange quando, un giorno, la vecchia barca “Santuzza” non incrocia pesce ma carne di immigrati. Sono naufraghi di un Olocausto vero del 2009, uno dei tanti nel Mediterraneo sempre più tomba che culla: una donna etiope incinta col figlio adolescente e altri tre uomini, reduci di un gommone in cui 73 morirono di stenti, senza benzina, senza acqua, senza cibo dopo aver vagato per 21 giorni e notti.
 Seguendo una legge non scritta (“non si lascia mai nessuno in mare”), nonno Ernesto li salva, e fa partorire la donna a casa sua. Ma la legge del mare non coincide con quella dello Stato, che obbliga alla denuncia immediata. Qual è quella più giusta? Così un ufficiale della Finanza (con accento piemontese, anzi proprio sabaudo, guarda un po’) sequestra la barca. E la lacerazione fra l’umanità e la necessità s’impadronisce della famiglia. Per la cronaca, la clandestina, Timni T., violentata in un carcere libico nel lungo viaggio di due anni per arrivare all’imbarco, e qui protagonista di se stessa, vive ora in Olanda.
  “Terraferma”è stato accolto da dieci minuti di applausi al Festival di Venezia. Grande potenza visionaria delle immagini in cui il regista Crialese è maestro. E un estetismo che fa perdonare una costruzione un po’ a tesi, a quadretti che non sempre si tengono. Ma ce ne fossero film così. Con interpreti stupendi, dal puparo Cuticchio che sembra Noè, alla sofferta Finocchiaro, allo strepitoso lampedusano Pucillo, al farsesco Fiorello.
 Da una barca si tuffano i disperati, dall’altra i festaioli al ritmo di “Maracaìbo”. Manchiamo tutti di una rotta, ci serve capire chi siamo e dove andiamo. Come nella scena finale: la barca sola nel muggito del mare che cerca una destinazione, e chissà se la raggiungerà.