Giorgio Nebbia l’ambiente come passione

Giovedì 4 luglio 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Se ne è andato un profeta. Chi scrive ha avuto il privilegio di seguire, all’università di Bari, le sue lezioni. Non erano lezioni, erano passione e immaginazione, erano bellezza e preghiera. Giorgio Nebbia è stato fra gli inventori dell’ecologia in Italia. E’ stato uno scienziato che già 60 anni fa aveva capito quali rischi avrebbe corso la Terra se la natura non fosse stata trattata come una fragile Grande Madre. Non staremmo oggi a parlare di riscaldamento globale, di clima impazzito, di quanto è calda questa estate se lo avessimo ascoltato come si dovrebbe ascoltare un saggio che vede al di là. Un saggio che aveva il dono non della preveggenza, ma dello studio e dell’amore per ciò che studiava. Di un amore, diciamolo, universale. Un Maestro, in tempi in cui esserlo sembra quasi un reato.

 E l’energia pulita. E la Società dei rifiuti che ci avrebbe affossato. E l’acqua, l’acqua. Autore di testi memorabili nei quali ne parlava come Nostra Sorella Acqua che manco san Francesco. Fra i primi a studiarne e sperimentarne la possibilità di dissalazione. E cercava di farci capire che, se quest’acqua non l’avessimo difesa e conservata, un giorno avrebbe potuto essere causa di guerre fra popoli assetati, terre inaridite, deserti disperati. Quell’acqua che ancòra oggi è la stessa apparsa in una notte buia e tempestosa di quattro miliardi di anni fa, quando la prima goccia si staccò dall’atmosfera e cadde sulla superficie della Terra. L’acqua elemento perfetto secondo la filosofia taoista: capace di penetrare anche le montagne e di arrivare ovunque con una dolcezza inarrestabile, capace di sciogliere qualsiasi cosa con la delicatezza di un sospiro. Ma che se non rispettata, capace anche di disastri.

 Che Nebbia sia stato un profeta inascoltato, non si può dire. Anche se troppo spesso facciamo di tutto perché lo sia. Ma per i 93 anni della sua bella vita non ci ha mai creduto, convinto com’era che un umanesimo si sarebbe infine imposto. Lo stesso che ha pervaso la sua lunghissima militanza universitaria, e per 36 anni all’università di Bari, città che amava come la sua nativa Bologna dove era stato allievo di Walter Ciusa, inventore della disciplina della merceologia. Bari in cui non era il docente che passava per caso. Ma un continuo riferimento scientifico, parte attivissima della vita culturale e sociale accademica e cittadina. Bari dove ritornava ogni volta che fosse necessario, e nella quale ha lasciato tanti nel suo solco. E poi onorato di lauree <honoris causa> nella stessa Bari, a Foggia, in Molise.

 Certo anche indigesto, Nebbia, per la sua convinzione ai limiti dell’ossessione per chi non ne condivideva il carattere dell’urgenza, già allora, per la salvezza comune. E anche un impegno politico. Parlamentare della Sinistra indipendente per una legislatura alla Camera e una al Senato. E la partecipazione a tutte le conferenze mondiali sulla natura. A tutte le Giornate della Terra dove portava la sua conoscenza e la sua ansia di porgere. E autore di decine di studi rilasciati a chi sarebbe venuto dopo. Certo, la sua critica ecologica al capitalismo (titolo di uno dei suoi inesauribili libri) poteva faziosamente catalogarlo come una fazione laddove per lui l’unica fazione erano un albero e un cielo pulito.

 E il rapporto con la <Gazzetta>. Per la quale era pronto ogni volta che servisse per spiegare, per convincere, per avvertire, per consigliare. Per decenni la sua rubrica settimanale è stato un punto di riferimento, una zona franca di moderazione e stile pur su un tema che cominciava a scatenare contrapposizioni e polemiche. Fino a diventare, se necessario, un disturbatore della quiete pubblica, se quiete pubblica è lasciar lavorare in pace il partito della sottomissione della natura all’interesse di pochi e al danno dei molti. Ma sempre, il caro Giorgio, con il tatto del vecchio signore di un tempo in tempi sempre più rudi.

 Lo salutano il silenzio di una foresta, il gorgogliare di un fiume, la limpidezza di un mare, la gratitudine di un filo d’erba. Magari retorica, ma per uno come lui mai tanta e mai sprecata.