Mezzogiorno sotto zero ma per ora solo promesse

Venerdi 2 agosto 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Sotto zero. Con lo spettro di una nuova recessione. Non meraviglia che il Sud sarà così quest’anno secondo la Svimez.  Meno 0,3 il suo Pil di fronte a un più 0,3 del Centro Nord. Non meraviglia visto il crollo degli investimenti pubblici. E visto che i diritti di chi vive al Sud sono sempre più limitati, come se fossero cittadini di un Paese minore. E mentre il Nord insiste nella pretesa di una maggiore autonomia per fargli ulteriori danni. Pretesa conto la quale in questi giorni tante idee fioriscono a favore del Sud: chissà se più per rassicurarlo, o più come merce di scambio per lasciare via libera a Veneto, Lombardia ed Emilia. Col Sud però troppo scottato dalle mille promesse del passato. E proprio perché più promettevano, più aumentava il divario col Nord: come la sentenza della Svimez ha anche questa volta confermato.

  La prima idea è una Banca del Sud, come dire di no a una Banca del Sud? Capitali per chi non ne ha. Soldi del Sud che restano al Sud invece di finire a banche del Nord che li investono dalle loro parti. Apporto fondamentale allo sviluppo locale. Spumante e cotillons. Con la piccola dimenticanza che una Banca del Sud esiste già, chiamandosi Banca del Mezzogiorno-Mediocredito centrale spa, e controllata da Invitalia (società del ministero dell’Economia). Fosse stata un fulmine di guerra, ora il Sud sarebbe la California. Ma non puoi esserlo soltanto con una banca se tutto il resto va a tuo danno.

 La seconda idea è un Piano Marshall per il Sud. Sul tipo di quello del dopoguerra. E che gli americani vollero per il Sud avendone visto le condizioni dopo l’armistizio. Ma dollari che finirono per essere spesi in gran parte al Nord. O ad arricchire soprattutto le imprese settentrionali cui andò il grosso degli appalti. Ora Piano Marshall-bis dal misterioso finanziamento. Ed essendo troppo recenti i renziani Patti per il Sud dispersi in nebbie da Pianura Padana.

 Buona la volontà della ministra Lezzi, che vorrebbe il Tav al Sud e non in Val di Susa. Alta velocità ferroviaria che non spetta al Sud altrimenti che Sud sarebbe. Che arriva fino a Salerno perdendosi poi su un binario morto. E con la quale il Sud potrebbe svoltare, visto quanto geograficamente periferico è, e quando lo sia ancòra di più se gli togli i collegamenti. Ma poi non c’è neanche un treno diretto fra Napoli e Bari. Non ne hanno uno diretto fra loro molte città del Sud. Addirittura Trenitalia non arriva a Matera capitale europea della cultura. E manca quella rete fra i porti di Gioia Tauro e Taranto che non solo a chiacchiere farebbe del Sud il centro pulsante del Mediterraneo.

 E ancòra. Il vicepremier Di Maio immagina il Sud come la Casa delle tecnologie, e non sarebbe solo un sogno di mezza estate quand’anche non ci pensasse il governo. Hanno investito in Campania e in Calabria i principali colossi mondiali del settore, dalle americane Apple e Cisco alla giapponese Ntt Data. Imprese di primissimo piano formano la Murgia Valley. La Mermec di Monopoli è una multinazionale impegnata nella sicurezza ferroviaria, nell’aviazione, nello spazio. L’avionica è da tempo una ricchezza di Brindisi. Tutto vero, come è vero che quando si doveva localizzare l’Istituto italiano di tecnologia, si è puntato sùbito su Genova.

 Intanto si pensa a una proroga al 2020 del bonus per le imprese che assumono giovani al Sud prima che se ne vadano tutti via. Si sblocca (pare) lo scandalo degli asili nido pubblici non dati a chi non li aveva mai avuti, Sud ovviamente in testa (e Altamura record nazionale negativo). Ma nel contempo si riaffaccia l’insana idea di estendere al Nord le Zes (Zone economiche speciali) annullando il vantaggio competitivo del Sud.

 Tutto però rischia di essere un’arma di distrazione di massa se per il Sud non si mette riparo alle ingiustizie che il tentativo di colpo di mano dell’autonomia ha rivelato come un boomerang. Nella situazione drammatica certificata dalla Svimez. Anzitutto si dia al Sud il 34 per cento della spesa pubblica, percentuale pari alla popolazione, non avendo finora superato il 28 per cento con uno scippo annuo di 61 miliardi. Poi abolire il criterio della spesa storica, che da dieci anni avvantaggia il Nord che ne ha sempre beneficiato a danno del Sud. Poi calcolare i Lep, livelli essenziali di prestazione, cioè il minimo sotto cui i servizi dello Stato non devono andare (e che al Sud sono tutti sotto). Poi calcolare i fabbisogni standard, cioè il costo medio del servizio sul territorio nazionale (così la si smette con la propaganda della siringa che costa di più al Sud). Infine si faccia a favore del Sud la perequazione (soprattutto infrastrutturale) prevista invano dalla Costituzione. 

 Senza di questo, non c’è bella idea che tenga con una recessione in vista. E tutto sarebbe un pannicello caldo che in passato davvero ha funzionato. Per lasciare il Sud sempre nelle stesse condizioni.