Il caffè insieme che manca al Sud

Venerdì 16 Settembre 2011 da ’ La Gazzetta del Mezzogiorno ’

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Ma davvero il Sud è quello per il quale stiamo girando? E’ la domanda che in molti, meridionali compresi, si sono fatti questa estate. Un Sud quasi sempre diverso dall’immagine che ne è normalmente diffusa. E quasi sempre diverso dal pregiudizio che lo insegue. Quello diffuso anche grazie agli inviati “mordi & fuggi”, gli specialisti del “copia & incolla” che in un giorno sono in grado di sentenziare che è tutto monnezza, spreco, malavita. Insomma ciò che era solo nella loro testa.
 Invece chi lo vede rimane talmente sorpreso da decidere spesso di tornarci. Prendiamo Puglia e Basilicata. Centri storici di una bellezza senza pari. E un’atmosfera che non richiama affatto le cifre disperanti del ritardo del Sud. Forse le cifre devono essere aggiornate con l’economia sommersa che non si vede. Forse bisogna tener conto che le imprese non locali fatturano a casa loro, dove hanno la sede legale, e anche quelle cifre non si vedono benché ci siano. Ma tutto dà l’idea di un qualcosa di più ricco, anche se non è così. E’ vero invece che, al di là della carta buttata per terra, il Sud ha comportamenti, modi di pensare, modi di vivere non da arretrati. La civiltà da una parte, i numeri dall’altra.
 E’ molto probabile che i numeri prima o poi esplodano in un dramma sociale. In un Paese in cui comunque tutto è fermo ovunque, a cominciare dal Nord. E in cui l’unico balzo di ricchezza nell’interesse di tutti può avvenire solo al Sud per avvicinarsi dai suoi 18 mila euro di reddito medio pro-capite l’anno ai 32 mila del Nord. Quindi il problema non è solo il divario, ma la crescita di chi sta dietro che favorirebbe anche chi sta davanti. Nessuno lo vuole ancòra capire in Italia, ferma anche nelle sue convinzioni radicate. Per questo la parola Sud suscita sempre e solo fastidio. Avete rotto, soliti lagnoni e parassiti, abbiamo altro cui pensare.
 Non si ficcano nel cervello che avrebbero meno da arrovellarsi se capissero che tesoro hanno in casa. Né tantomeno il Sud è in grado di comunicarlo. Perché ciò di cui il Sud è soprattutto privo è una coscienza collettiva delle sue possibilità. In un Paese in cui tutto, è vero, scoraggia a impegnarsi, un Paese seduto che non crede più a se stesso, non fa più figli, non vede più un futuro. E non vede neanche di avere a portata di mano una energia inespressa dove si crede che ci sia solo voglia di vivere alle spalle altrui. Tranne che, e non è solo una ipotesi, lo sviluppo di una parte (il Nord) si regga sul sottosviluppo dell’altra (il Sud). Colonialismo. Ma così continuando si finisce a sottosviluppo per tutti. E colonizzati da altri.
 Il problema è anche, diciamocelo, che non c’è neppure al Sud una idea di se stesso che gli faccia correre dietro la gente, che susciti passione, che crei una rete virtuosa in grado di catturare buone volontà. Eppure la famosa gente non vorrebbe altro, ha il fuoco dentro. Aumenta la distanza dalla politica. Gli industriali si lamentano per conto loro, le banche anche. Parli con la scuola e le università ed è tutta una litania di pianti che rimangono lì. Ciascuno si fa il convegno per conto suo, tutti sono d’accordo e si riscaldano per lo spazio di una mattina, ma poi il risultato più concreto è la fissazione della data del prossimo convegno. Scintille che non fanno mai corto circuito, forze che non fanno mai massa critica.
 Fare sistema, si diceva un tempo. Creare sinergie. Ma non è solo questo. La palude più pericolosa è quella del “non cambia mai niente”, del “non vale la pena”. E’ considerare i problemi non superabili. Il Sud non ha neppure una sede in cui interrogarsi, prendersi un caffè insieme. Per far comprendere la sua funzione nazionale, magari per comprenderla anzitutto da se stesso. Per far circolare, con un po’ di presunzione, un suo ruolo leader, una sua immagine forte, il suo essere indispensabile per il domani di tutti, anche dei razzisti alla Bossi.
 Eppure il Mezzogiorno d’Italia è parte di un Sud del mondo che sta cambiando eccome. Basta vedere Tunisia, Egitto, Libia. Basta vedere la potenza incombente della Turchia che prende a pesci in faccia Israele e non gliene importa più niente di entrare nell’Unione europea. Basta vedere l’Africa che cresce al 6 per cento l’anno, anche se continuano ad emigrare (ma emigrano anche dalla Cina). Basta sapere che la Nigeria, l’ex miserabile Nigeria, è annoverata fra le possibili nuove “tigri mondiali”. Possibile che in questo Sud solo il Sud italiano debba rimanere fermo? Il principale ritardo è non capirlo.
 Sì, il Sud può. Come cinquant’anni fa è l’ombelico d’Italia, il motorino per riaccendere il motore di tutti. Ma cinquant’anni fa la Confindustria del Nord fece le barricate per non avere al Sud imprese che le facessero concorrenza. Il risultato è quello che si vede. E però, chi non sa le cose è uno stupido. Ma chi, sapendole, fa finta di niente, è un delinquente.