Un’icona allo specchio

Sabato 14 settembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Nessun dubbio che la Fiera del Levante sia un simbolo del Sud. Del Sud produttivo, anche se in questo Paese pare che produttivo sia soltanto il Nord. Il Sud ha bisogno e vuole aprirsi sempre più al mercato anche se è accusato di voler essere solo e sempre assistito. Il mercato vuole dire competizione e innovazione. Vuol dire spostare sempre più in là il proprio confine. Vuol dire mettersi in gioco. E una fiera proprio questo è, esibizione e confronto. E affari. Specie una Fiera nata a Bari, gente che sta sempre a inventarsene una. Ma anche gente che sarebbe una Svizzera se solo avesse lo sguardo più lungo. Che sia sul Levante, appunto, ma anche sul Mediterraneo come approdo e culla d’Europa.

 Correvano gli anni Cinquanta e Sessanta, quando mai la Fiera del Levante fu Fiera del Levante così. Gli anni in cui l’azione della Cassa per il Mezzogiorno fu per il Sud non solo la stagione della massima crescita figlia dei massimi investimenti pubblici. Ma gli anni in cui l’Italia poté crescere fino al miracolo economico, possibile solo perché anche il Sud era messo nella condizione di crescere: segreto di Pulcinella che l’Italia ha in seguito dimenticato. L’Italia cresce se cresce il Sud. E’ interesse dell’Italia che il Sud ne abbia tutti i mezzi. E allora che quei mezzi  si cominciò a dare, fu festa per tutti.

 La Fiera ne fu lo specchio. Non c’era padre di quella patria che non ci volle passare. Non c’era confronto che non ne trovasse sede migliore. Non c’era grande azienda che non volesse esserci. Ché <Civiltà degli scambi> era il titolo di un periodico che vi riferiva. Non solo civiltà ma opportunità che trovava in Bari e nella sua Fiera la piazza ideale. Al di là di ogni retorica. Gli anni delle magnifiche sorti e progressive, dell’uovo di Colombo per un Paese che solo sporadicamente ne ritrovò in seguito i germi.

 Perché poi la Cassa per il Mezzogiorno diventò Cassa due. Quando le Opere pubbliche diventarono Opere pie. Quando dopo le infrastrutture si doveva portare al Sud tutto il resto perché il Sud facesse da sé per il passaggio all’industria, allora ci fu il Rubicone. Il Sud che produca fa concorrenza a un Nord con la pretesa esclusiva della produttività. Fu Confindustria del Nord ad opporsi a un piano simile. Allora la Cassa, più che un Sud produttore, pensò a un Sud quasi esclusivamente consumatore. Invece di finanziare servizi all’altezza, si cominciò a finanziare assistenza alle persone da tradurre appunto in consumi. Di prodotti del Nord: elementare, Watson.

 Se tu non mi fai produrre, mi assisti, anche se non condivido. Fu il periodo delle Partecipazioni statali, il cattivo surrogato per un Sud che voleva andare avanti con gli strumenti giusti e con le sue forze conseguenti. Lo Stato nell’economia non è mai stato una grande idea. Le macerie che ne sono rimaste, in molti casi sono ancòra lì. Così come sono ancòra lì tanti capannoni che la rapacità dell’impresa del Nord innalzò per incassare contributi e andare via col malloppo. Fu anche il periodo peggiore per la Fiera del Levante. Frequentata da personaggi pubblici che odoravano di potere clientelare e arroganza, tanto quanto di aria sprecona. La Razza Predona che si mangiò il Sud e l’Italia. Che creò quel Sud tanto quanto le condizioni perché non si riavesse più. Fiera peggiore vetrina di presidenti scorrazzati come divinità, con tanto di auto blu e segretarie.

 Da mondo aperto sul futuro, la Fiera fu suo malgrado la vetrina di un presente che il Sud avrebbe pagato al caro prezzo di uno sviluppo sempre incompleto, di un divario sempre più accentuato. Vi si svolgeva ogni anno la mitica Giornata del Mezzogiorno, che era una verbosa e ingannevole Mezza Giornata da dimenticare. E anche i capi del governo che ogni anno facevano un loro impegno d’onore venire ad inaugurarla, erano loro malgrado parte di un rito che al Sud portava al massimo qualche prima pagina di cortesia. Con tanto di Sud in testa ai nostri pensieri, con tanto di Svolta per il Sud, con tanti di quei Riscatti per il Sud che se soltanto se ne fosse realizzato uno, oggi dal Sud non partirebbe più un solo giovane.

 Così la Fiera del Levante non ha perso solo il Levante come prospettiva di un Sud sul Levante aperto. Non ha perso solo il Mediterraneo come vocazione e proiezione. Ha perso la speranza di essere il simbolo di un Sud dalle energie misconosciute quanto spesso eroiche. Il Sud capace di ottenere il più dal meno. Il Sud dal quale l’Italia dovrebbe imparare, altro che essere sempre additato come la zavorra che impedisce anche al resto del Paese di andare avanti. Inevitabile lo smarrimento di una Fiera che perdesse il senso di se stessa. In tempi in cui la funzione stessa di una fiera è messa in discussione nel trionfo di Internet e nel dominio di numeri planetari globali.

 Questo non vuol dire che non si possa venire in Fiera a dichiarare di aver capito il prezzo che per il Paese comporta un Sud sul quale non si punti. Che non si possa venire in Fiera ad annunciare (preferibilmente non solo annunciare) quel piano di investimenti pubblici che portino al Sud treni per muoversi e servizi per attirare produzioni. Questo non vuol dire che non si possa venire in Fiera a parlare di parità di condizioni di partenza, anche come sfida a quel Sud che non si aspetta altro per dimostrare se stesso.

 Insomma la Fiera del Levante avrebbe tutto per tornare a essere un simbolo. Non di <annuncite>, ma di autotutela per tutti in un Paese che senza il Sud è sempre l’ultimo fra i primi. Potendo essere invece per la prima volta unito e tanto di più. Partendo, perché no, da Bari.