Quanto più parli tanto più ti derubano

Sabato 21 settembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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        Di tutto. Dai compleanni agli onomastici, dal primo dentino al primo giorno di scuola, dalla tesi di laurea alla vacanza al mare, dalla festa in discoteca alla pizza con gli amici, dalla tavola del Natale alla cerimonia di nozze, dal primo bacio all’anniversario di matrimonio, dal mio cagnolino al lutto in famiglia, dalla nuova scrivania in ufficio alla torta con i mirtilli. Più selfie a ogni passo. Raccontiamo tutto di noi su Facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp, su qualsiasi nuova rete sociale di Internet inventata per farci dire. Siamo diventati narratori tanto impulsivi e compulsivi quanto solitari e inascoltati. Perché, tranne un pacchetto più o meno nutrito di <like> o di commenti buttati lì a casaccio, a nessuno interessa niente di noi tanto quanto a noi interessa dire il più possibile indipendentemente da chi ci legge o ascolta. Nell’era meno discreta e più ruffiana della storia.

 I DATI SU DI NOI Il fatto è che siamo diventati i peggiori venditori di noi stessi. Perché se il petrolio del futuro, anzi già del presente, non sono i barili estratti in Qatar ma i dati personali che ci riguardano, noi li forniamo gratis in quantità tali che anche il computer più super della Terra sbiellerebbe. Roba da 694.444 video su YouTube, 277.777 storie su Facebook, 55.140 foto su Instagram ogni 60 (sessanta) secondi. E in più dati ricavati dalle nostre mail, dalle nostre ricerche in Rete, dalle applicazioni usate. E dati in ogni traccia elettronica lasciata, dal telecomando per il cancello di casa, alla carta di credito per pagare il maglioncino, al ticket per il posteggio. Più il cellulare che fa sapere ogni nostro movimento minuto per minuto manco fosse le molliche di Pollicino.

 E’ tutto ciò che la Rete e i suoi padroni, Google in testa, immagazzinano in una nuvola grande quanto il cielo. In eterno come una sentenza. Pronto a essere impacchettato e venduto a chi vuol saper di noi ciò che serve per inondarci di pubblicità tanto personale da farci chiedere, come hanno fatto a indovinare i miei gusti? Ma anche tanta propaganda politica occulta da farci pensare anche ciò che non avremmo mai pensato (e votare di conseguenza). Più tanta possibilità di penetrare nei nostri conti correnti o rubarci l’identità per usi non meno da codice penale.

 Possono bastare un nome e un cognome perché, seguendo le tracce da te lasciate qua e là sul Web, riescano a sapere che famiglia hai, che lavoro fai, dove abiti, dove sei andato in viaggio, i tuoi tic, i tuoi hobby, i tuoi studi, chi frequenti, dove te la fai la sera. Non esclusi segreti cosiddetti inconfessabili tipo il film <Perfetti sconosciuti>. Basta che incrocino, colleghino, ricerchino fra cinque miliardi di utenti e 70 miliardi di nostri fatti in memoria, e siamo fritti. Tenendo conto che, se dall’alba della civiltà fino al 2003 l’umanità ha generato 5 exabytes di dati (cioè 120 mila volte la Libreria del Congresso degli Stati Uniti), oggi li produciamo ogni due giorni e con un ritmo che raddoppia ogni 40 mesi.

 I PANI E I PESCI Sappiamo che bastano 10 <mi piace> per cominciare a fare previsioni sulla personalità di chi li esprime. Con 70 saprebbero conoscerci meglio dei nostri amici (quelli veri, non quelli fasulli di Facebook). Arrivati a 150, sarebbero capaci di prevedere le nostre reazioni a quanto avviene più di nostra moglie o marito. Con 300 ne saprebbero di noi più di noi stessi. Ma noi continuiamo indefessi a far sapere i fatti nostri con la stessa naturalezza del respiro. Anzi il respiro ci manca se non li facciamo sapere. Coinvolgendo tutti coloro coi quali abbiamo a che fare in una moltiplicazione tale che quello dei pani e dei pesci sarebbe oggi un miracolo di serie B. E non risparmiando, anzi, neanche i nostri bambini, ché se li escludessimo dalla nostra bulimia di chiacchiere indifferenziate è come se ci strappassero un pezzo di cuore. Tanto che gli americani hanno coniato una nuova malattia: la <sharenting>, conflitto fra l’ansia di condividere (<share) ciò che li riguarda e il dovere di proteggerli (<parenting>) come genitori, appunto. Ma come dimostrare di essere una buona mamma?, ha detto una. Se non parlo dei miei figli, la gente cosa penserà? E la gente, si sa, mormora.

 Finché, visto che non sappiamo fare che così, anzi che così si fa, è stato un informatico e saggista americano, Jaron Lanier, a dire che almeno ci facessimo pagare. Ogni dato, una cifra tot. Rendendo miliardario chi ha la lingua più lunga o il ditino più veloce. Perché non è che questi robot che grazie a noi ci faranno fuori se la devono ridere di noi, <gratis et amore dei>, passi sul mio cadavere. E che se davvero l’intelligenza artificiale deve fare carriera a spese (appunto) nostre, non è che noi dobbiamo portare l’intelligenza naturale all’ammasso. Sarebbe il primo caso nella storia in cui le chiacchiere varrebbero tanto più quanto sono perse.