Non dirmi simbolo di cattiveria

Sabato 14 settembre 2019 da < La Gazzetta del Mezzogiorno >

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Più i rapporti umani si fanno carogneschi, più diciamo <Ciao caro>. Te lo dicono soprattutto al telefono, per quegli ultimi panda che ancòra si parlano e non mandano WhatsApp. Te lo dicono dopo un incontro malaugurato al bar o al supermercato, in palestra o in strada, dal barbiere o in banca. E congedo rigidamente maschile, essendo un <Ciao cara> in tempi di molestatori più improbabile di un complimento di Salvini a Conte. E <Ciao caro> tutt’altro che caro, non essendo mai seguito dal nome del caro di turno, dovessimo mischiare le razze. Anzi un <caro> che più che una gentilezza sembra una liquidazione, se non una presa in giro. Scusa, <caro> a chi?, anzi senza neanche scusa. Ma non fai in tempo a reagire, che il killer del <caro> è sparito più veloce dei 200 metri di Mennea.

 FALSA GENTILEZZA Insomma, questo <Ciao caro>, più che avvicinare, allontana. Più che addolcire, inasprisce. Più che mitigare, esaspera. Mi rivolgo a te in falsetto guardandoti in cagnesco. Un’espressione diversamente insultante, nel tempo in cui l’insulto è più frequente dei sorrisi di Di Maio. Per questo si diffonde con la stessa rapidità con la quale si è passati dal governo giallo-verde al governo giallo-rosso. Perché è in linea con la nostra rabbia quotidiana dando l’impressione di essere simbolo di una riconciliazione quotidiana. E’ uno schizzo di veleno dando l’impressione di essere un impacco di zucchero. Più a fin di male che a fin di bene. Saettato come una benevolenza, percepito come una malevolenza.

 Né meraviglia, essendo anch’esso il frutto di un cambio di senso nella nostra vita collettiva senza molto più senso. Un amico non amico di Facebook ci annuncia la morte di un parente e noi scriviamo <Mi piace>. Vorremmo dire che partecipiamo al suo dolore ma lo esprimiamo come una soddisfazione. E tanti più <Mi piace> di quel genere, tanto più onore. Non ne parliamo di una stretta di mano accompagnata da un preistorico <piacere>, oggi è stroncata in partenza anche la stretta di mano come se Greta ci avesse convinto che inquina. Meno che mai guardandosi negli occhi, più specchio della malanima che dell’anima. E meno che mai fra i giovani, che al massimo si salutano via cellulare anche se sono uno di fronte all’altro/a.

 Del resto <Ciao caro> involuzione della specie del <Salve>, argomento non nuovo a questo <Guastafeste>. Quel <Salve> che secondo lo scrittore Guido Ceronetti è una parola fredda e sgraziata, buttata là con svogliatezza e noncuranza. Addirittura con repulsione, insomma una fucilata a tradimento girando lo sguardo da un’altra parte. Quanto di più impersonale possibile, esprimendo soltanto il fastidio di averti di fronte e di dover dire una-cosa-una-cosa che non sia, per carità, un <arrivederci>. Che non solo ha più sillabe prolungando la stizza, ma rischia di ingenerare anche la sola formale voglia di rivederti. Né l’<arrivederci> del personale di bordo dell’Alitalia trasmette un calore maggiore della spocchia di chi crede ancòra che essere hostess o steward equivalga a essere Ronaldo.

 CERCASI BUONSENSO E poi, lanci la prima pietra chi esordisce in una lettera o in una mail con un <Caro Luigi>, come si faceva un tempo. Certo a rischio ipocrisia, ma ipocrisia buona come il colesterolo Hdl e non quello Ldl. Oggi esordiscono tutti con un <Ciao Luigi>, specie quelli di sinistra-sinistra più imbevuti di dogmi che di buonsenso. <Caro> scomparso come Vettel dai podi della Formula1, pur non essendone mai morto nessuno di buonismo. Così come un <Buongiorno> e un <Buonasera>, residuati bellici come l’educazione e spariti come le mezze stagioni. Ma mai con la stessa perentorietà della scomparsa del <Lei> senza che ci sia un <Chi l’ha visto?> che tenga. Oggi basta una ragazzotta di commessa persingata (col persing), tatuata e gomma-masticante a darti del <tu> come con i suoi amici di Spritz. Una forma di normalità tanto più spontanea quanto più inconsapevole, un <così si fa> non essendo più insegnato da nessuno che <così non si fa>. Né nella fiera della vita compaiono più un <Signor> o <Signora>. Così come dissolti nella cantina delle cose perdute sono un <marito> o una moglie>, un <fidanzato> o una <fidanzata>, non capendosi più che cavolo sono fra loro.

 Allora <Mio caro>, allora <Bella mia>: così è anche se non vi pare. Si vorrebbe che fossero forme di riscoperta di quel fossile della gentilezza, non ci si può giurare essendo la gentilezza non solo fuori moda ma anche, diciamocelo, una forma di debolezza. Mentre il <ciao> diventa <cia-cia-cia> a metà strada fra il ballo e le paperelle. Mentre due che stanno insieme (il massimo possibile della definizione per loro) si dicono <amò> che sembra più il suono gutturale di indios precolombiani. Mentre il linguaggio è sempre più una <spia del profondo>. E mentre la domanda degli ultimi resistenti è, col grande Eduardo, quando dovrà passare <a’ nuttata>.